Il processo online non convince i legali

Il processo online non convince i legali

Il Sole 24 Ore – 21 aprile 2011

Rischi di tenuta dell’infrastruttura informatica, dubbi sulla sicurezza delle transazioni e sull’identificazione delle parti processuali; perplessità sull’effettiva economicità – almeno sul versante avvocati – dell’operazione. A quattro settimane dal debutto del processo online (civile e penale, senza eccezioni) le preoccupazioni degli operatori del pianeta giustizia sono tutt’altro che marginali.

Alessandro Galimberti

Rischi di tenuta dell’infrastruttura informatica, dubbi sulla sicurezza delle transazioni e sull’identificazione delle parti processuali; perplessità sull’effettiva economicità – almeno sul versante avvocati – dell’operazione. A quattro settimane dal debutto del processo online (civile e penale, senza eccezioni) le preoccupazioni degli operatori del pianeta giustizia sono tutt’altro che marginali, come emerge anche dall’incontro abbastanza “elettrico” tenuto ieri al ministero tra i rappresentanti di tutte le parti coinvolte. «Non capiamo proprio perché i tecnici della Giustizia abbiano deciso di abbandonare un sistema che stava iniziando a funzionare bene in vari distretti», dice Carlo Allorio, milanese, coordinatore della Commissione informatica del consiglio nazionale forense. Quello che più preoccupa i legali è il passaggio dal sistema dei punti di accesso per le notifiche – sorta di caselli informatici che garantiscono, tra l’altro l’identificazione certa delle parti, e provvedono inoltre alla “pulizia” e alla manutenzione del canale riservato – al sistema della Pec “mono”certificata, emigrazione che andrà a regime entro dicembre. «Per noi è un passaggio molto delicato e che rischia, di fatto, di escludere – in senso letterale – dal processo la vastissima platea dei colleghi che non hanno dimestichezza con le tecnologie», argomenta Allorio. Fino ad oggi, gli ordini hanno organizzato uffici per assistere chi si appoggiava ai “punti di accesso”, ma dal 18 maggio – o comunque entro dicembre – chi non saprà ottenere e gestire da solo la Pec “marchiata” Giustizia (e nessun’altra) e le relative applicazioni per pc, sarà di fatto escluso dalla dialettica del processo. Secondo il Cnf ci sono inoltre problemi di natura tecnica tutt’altro che risolti: «L’esperienza di Milano (dove il sistema informatico nelle ultime settimane ha dato gravi segnali di cedimento) insegna che le infrastrutture sono molto delicate – dice Accursio – e che soprattutto non possono reggere sovraccarichi: vanno in crash. Cosa succederà quando sulla rete andranno a insistere milioni di atti in contemporanea di 230mila avvocati? E inoltre, che certezze abbiamo sui tempi di risposta del server agli invii? Un ritardo di qualche ora nella registrazione, eventualità tutt’altro che remota, può dar luogo a decadenze insanabili». Anche un magistrato considerato tra i più “tech” e innovativi, Pierpaolo Beluzzi (suo il pluripremiato progetto pilota che fa di Cremona, dal 2005, l’unico tribunale penale “dematerializzato”) nutre perplessità sulla riuscita del Dm 44, pubblicato lunedì scorso sulla Gazzetta Ufficiale. «Tutte le specifiche tecniche degli standard – dice il giudice lombardo – sono rimesse a un regolamento di futura, e mi immagino imminente; emanazione. Ma già la terminologia utilizzata nel Dm, penso per esempio alla definizione di “documento statico” (l’esatto opposto dei documenti interattivi, capaci di contenere una pluralità di file, compresi audio e video) mi fa pensare a un processo che implementa un’impalcatura vecchia e un po’ ingessata invece di cogliere le opportunità del digitale». Anche secondo Beluzzi il rischio vero è varare un’infrastruttura informatica senza aver prima fatto l’analisi dei flussi e dei carichi sopportabili «Del resto non vedo neppure l’indicazione dei formati nelle norme: tra un pdf e un htlm il peso è molto diverso, e le conseguenze sul transito in rete facilmente immaginabili».

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