Fronte comune contro il crimine

Fronte comune contro il crimine

Italia Oggi – 29 aprile 2011

Un Comitato nazionale per la legalità diretto a coordinare le azioni di monitoraggio e le iniziative antiracket e antiusura; intensificare i rapporti con le autorità competenti, anche mettendo a disposizione le informazioni del Registro delle imprese; rafforzare i contatti con l’Agenzia nazionale per i beni confiscati per fornire supporto alle attività di re-immissione sul mercato dei beni confiscati, a cominciare dalle oltre 1.300 imprese con centinaia di dipendenti sottratte alle attività illecite.

Alessandra Altina

Un Comitato nazionale per la legalità diretto a coordinare le azioni di monitoraggio e le iniziative antiracket e antiusura; intensificare i rapporti con le autorità competenti, anche mettendo a disposizione le informazioni del Registro delle imprese; rafforzare i contatti con l’Agenzia nazionale per i beni confiscati per fornire supporto alle attività di re-immissione sul mercato dei beni confiscati, a cominciare dalle oltre 1.300 imprese con centinaia di dipendenti sottratte alle attività illecite. Seguendo la strada indicata dalle camere di commercio di Caltanissetta, Crotone, Modena e Reggio Emilia, che lo scorso anno hanno sottoscritto un Protocollo per la legalità, l’Unioncamere ha prontamente recepito l’iniziativa estendendo quella intesa all’intero territorio nazionale e facendone un vasto progetto di sistema. Di questi temi si è parlato a Positano, dove InfoCamere, la Società di informatica delle Camere di commercio, ha organizzato un Forum dei segretari generali delle Camere, i cui atti sono contenuti nell’ultimo numero dei Quaderni di Sviluppo, il semestrale di Unioncamere in corso di stampa proprio in questi giorni. «La lotta alla componente militare della mafia può essere condotta solo sul piano della risposta giudiziaria e repressiva, ma il contrasto alla borghesia mafiosa non può essere vinto se prima non si crea una linea di frattura politica e sociale interna alla classe dirigente e in particolare alla classe imprenditoriale». A dirlo è Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, vent’anni trascorsi a contrastare il crimine organizzato, intervenuto proprio al dibattito di Positano. Negli ultimi anni, sottolinea Scarpinato nel suo intervento, nella classe imprenditoriale è maturata una novità di portata «storica e i cui ulteriori sviluppi ritengo potenzialmente più produttivi e interessanti per il possibile mutamento dei rapporti di forza generali e per un’inversione di tendenza rispetto all’arresto di qualche centinaio di mafiosi con la coppola storta», partendo dalla Sicilia per poi estendersi in altre aree del Paese. Perché la criminalità organizzata – la cronaca recente lo dimostra – ha da tempo superato i confini del Mezzogiorno. Secondo alcune stime, ricorda Valerio Zappalà, direttore generale di InfoCamere nel suo intervento riportato sui Quaderni, l’economia criminale vale «circa 170-180 miliardi di euro, una cifra quasi equivalente alla somma dei Pil di Estonia, Romania, Slovenia e Croazia». «Il sistema camerale», sottolinea Zappalà, «fornisce da tempo un supporto strumentale alle forze dell’ordine e alle autorità giudiziarie italiane nella lotta contro la cosiddetta economia criminale attraverso il collegamento alla banca dati del Registro delle imprese e il servizio di rilascio dei certificati antimafia che rivestono importanza fondamentale per le imprese nella gestione dei rapporti di fornitura verso la pubblica amministrazione». Il Comitato nazionale per la legalità sta anche coordinando un Progetto, elaborato da Unioncamere, in collaborazione con Libera (l’associazione presieduta da Don Luigi Ciotti, riconosciuta dal ministero del lavoro, a cui aderiscono oltre 1.500 associazioni nazionali e locali, cooperative sociali e circa 4 mila scuole attive nei percorsi di educazione alla legalità democratica) diretto a supportare le camere già impegnate o che hanno in animo di operare sul tema dei beni confiscati alla criminalità organizzata. In particolare, l’iniziativa vuole agire su tre fronti: la governance delle aziende confiscate alle organizzazioni criminali, che occorre gestire in modo efficiente in vista del loro futuro reinserimento sul mercato; la nascita di nuove imprese per la gestione dei beni confiscati; il consolidamento e lo sviluppo di aziende già re-immesse nel circuito economico. L’iniziativa prevede inoltre che le camere di commercio mettano a disposizione sia delle nuove imprese nate per la gestione dei beni confiscati, sia delle imprese già re-immesse sul mercato, tutti gli strumenti di supporto informativo, formativo e di assistenza sulle tematiche aziendali, prevedendo, nei bandi e progetti attivati nei territori, titoli preferenziali per queste tipologie di imprese e stimolando interventi specifici da parte dei Confidi. I beni confiscati alla malavita organizzata a fine 2010 erano oltre 11 mila. Essi comprendevano edifici, terreni, capannoni, oltre a 1.300 imprese ed esercizi commerciali.

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