Addio ai certificati con lungaggini ma senza imposta

Addio ai certificati con lungaggini ma senza imposta

Il Sole 24 Ore – 10 marzo 2012

La “decertificazione” potrà anche essere un boomerang, ma almeno non avrà l’ulteriore effetto di far costare le pratiche 14,62 euro in più, come stava iniziando ad accadere. Lo ha reso noto il Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati, che aveva sollevato il caso con il dipartimento della Funzione pubblica.

Maurizio Caprino

La “decertificazione” potrà anche essere un boomerang, ma almeno non avrà l’ulteriore effetto di far costare le pratiche 14,62 euro in più, come stava iniziando ad accadere. Lo ha reso noto il Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati, che aveva sollevato il caso con il dipartimento della Funzione pubblica. La questione, però, riguarda tutti i cittadini e le categorie produttive. Tra queste ultime, le preoccupazioni erano iniziate già lo scorso novembre, quando la legge di stabilità (la n. 183/11), con l’articolo 15, aveva introdotto la decertificazione. Essa consiste nel vietare alle pubbliche amministrazioni di accettare certificati da parte di chi richiede loro una pratica: dovranno essere le amministrazioni stesse a richiedere agli altri uffici pubblici gli elementi necessari a mandare avanti la pratica. A suggellare il principio, l’obbligo di riportare su ogni certificato (che altrimenti è nullo) il fatto che il documento stesso «non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione o ai privati gestori di pubblici servizi». Nel mondo professionale e produttivo, si era subito notato che questa semplificazione avrebbe potuto essere contro-producente: il fatto che un ufficio pubblico debba attendere la risposta di un altro per acquisire gli elementi utili a espletare la pratica, rischia di prolungarne i tempi (se non addirittura di bloccarla). Tanto più che, se un ufficio fornisce gli elementi in tempi lunghi, non c’è una sanzione specifica e deterrente: la norma prevede solo che il ritardo «costituisce violazione dei doveri d’ufficio e viene in ogni caso presa in considerazione ai fini della misurazione e della valutazione della performance individuale dei responsabili dell’omissione». Così, imprese e professionisti preferiscono spesso dover portare un certificato in più (com’era consentito fare prima). Il Collegio degli agrotecnici aveva denunciato un ulteriore problema. Secondo alcune amministrazioni, l’invio di documenti ad altri uffici pubblici è da sottoporre a imposta di bollo, con una tariffa di 14,62 euro. Dunque, la decertificazione sarebbe “a pagamento”: un esito paradossale, date le intenzioni che sembrava avere il legislatore nell’introdurla. Per questo, il 16 gennaio il Collegio ha inviato una nota al dipartimento della Funzione pubblica della presidenza del Consiglio, per chiedere chiarimenti. La risposta (protocollata Dfp 0009347 P-4.17.1.2343 e datata 5 marzo) è arrivata l’altro ieri. E molto breve e si limita a riportare il comma 5 dell’articolo 43 del Dpr 445/00 (il Testo unico sulla documentazione amministrativa), secondo il quale le informazioni relative a stati, qualità personali e fatti vanno acquisite dagli uffici pubblici «senza oneri». Dal che si deduce che l’imposta di bollo non è dovuta.

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