Non eliminate questo sindaco

Non eliminate questo sindaco

Il Mondo – 23 marzo 2012

Il governo vuole ridurre da tre a uno i membri dei collegi. Confindustria applaude. Ma molti commercialisti si oppongono: meno incarichi, meno sicurezza, dicono. In pochi mesi, in un carambolare di bozze, proposte e testi discussi nei ministeri e in Parlamento, la politica ha cercato di tagliare il numero di professionisti dedicati al controllo societario. Le versioni rese note sono cambiate già svariate volte, l’ultima a inizio marzo all’interno del cosiddetto decreto semplificazioni: con questo testo le spa manterrebbero il collegio.

Franco Stefanoni

Troppe e costose poltrone nei collegi sindacali di srl e spa: bisogna ridurle, ribadisce il governo Monti come già l’ultimo esecutivo Berlusconi. Non è vero, sostengono i professionisti che finora quelle poltrone hanno occupato: la spesa non è alta, mentre invece la funzione svolta è delicata e importante. In pochi mesi, in un carambolare di bozze, proposte e testi discussi nei ministeri e in Parlamento, la politica ha cercato di tagliare il numero di professionisti dedicati al controllo societario. Le versioni rese note sono cambiate già svariate volte, l’ultima a inizio marzo all’interno del cosiddetto decreto semplificazioni: con questo testo le spa manterrebbero il collegio. L’obiettivo di fondo è, infatti, ridurre da tre a uno solo i sindaci. Di sicuro per le srl (laddove il collegio è ora obbligatorio), in certi casi anche per le spa. In media, per realtà non eccessivamente impegnative riguardo i controlli, un sindaco costa intorno a 5 mila euro annui, che diventano circa 30 mila se l’attività si fa complessa e delicata, fino al massimo consentito di 60 mila (non superabile) nei casi di maggior rilevanza. Nelle imprese di peso, con il moltiplicarsi di società, la spesa diventerebbe salata. Secondo Unioncamere, a fine 2011 in Italia operano 51.141 spa (di cui 7.308 a socio unico) e 1 milione 334 mila srl (18.234). E nei soli primi cinque gruppi bancari siedono oltre 500 sindaci. Insomma, un piccolo e costoso esercito. Non stupisce, quindi, che dietro la determinazione del governo Monti sia indicata anche Confindustria. A ricoprire l’incarico di sindaco sono per lo più i dottori commercialisti. Passare da tre a un sindaco per i professionisti sarebbe una débàcle: un buon numero di commercialisti, infatti, con questo incarico ci campa. Ma loro ribattono sul merito del provvedimento: la riduzione sarebbe un danno per il sistema economico, un disastro specie in periodi di crisi, poiché i controlli legali diminuirebbero facendo aumentare rischi e contenziosi. La lobby formata da sindacaci e Ordine (110 mila iscritti) si è così proposta di bloccare o annacquare il progetto del governo Monti, considerato un intervento spot e non una riforma organica. Parte del Parlamento, sensibile alle pressioni degli albi, ha quindi ascoltato e tradotto le richieste in emendamenti più soft. Eppure il collegio sindacale, a dispetto della riforma del diritto societario, che nel 2004 ha introdotto altri modelli di governance, stradomina nel sistema dei controlli legali. In Europa è un unicum che tuttavia viene preso a esempio positivo. Il compito dei sindaci è di vigilare sotto il profilo legale sulle società di capitali e cooperative. Ampie sono le responsabilità civili e penali. Recenti normative hanno allargato e intrecciato il mandato di sindaco con quello di revisore legale, operatore che, tra l’altro, si occupa del rispetto dei principi contabili nei bilanci delle aziende.
ORPELLO O NECESSITÀ?
Se svolta con rigore, quella del sindaco è una funzione rilevante, visto che fa le pulci a bilanci, decisioni del cda, comunicazioni sociali. Confindustria, secondo i commercialisti, lo ritiene invece un orpello poco utile dal momento che i controlli si sarebbero dimostrati di scarsa efficacia. L’accusa degli industriali è pesante: ci sono situazioni di conflitti d’interesse (controllori e controllati rappresentati dagli stessi soggetti) e casi di indipendenza troppo debole. Sempre secondo i critici, certi sindaci risulterebbero, inoltre, pigri, intimoriti od opportunisti: vivi e lascia vivere, per evitare di perdere la poltrona. Accuse che fanno arrabbiare i commercialisti. Ribatte Santo Russo, presidente dell’Ordine di Palermo e presente in cinque collegi sindacali: «C’è un disegno criminoso il cui fine è sottrarci un ruolo cruciale. Ci sono dei pregiudizi nei nostri confronti sobillati da una parte del mondo confindustriale che vuole ridurre tutto a puro business». E secondo Alessandro Solidoro, presidente dell’Ordine di Milano, «è vero che alcuni colleghi hanno dato agli imprenditori una brutta impressione e cioè che in realtà lavorasse solo un sindaco su tre, ma non si può generalizzare. L’ottica adesso è di puro taglio di costi. Solo che non potrebbe essere così, perché alla fine il sindaco unico avrà maggior lavoro e costerà di più». Secondo questo ragionamento, a uscire di scena sarebbero, infatti, i professionisti junior, mentre a rimanere sarebbe probabilmente il presidente, che accumulerebbe poltrone. Per Solidoro, che oggi è presente in quattro collegi sindacali, il taglio può anche non essere un tabù nelle organizzazioni semplici. In generale, si dovrebbe tener conto di tipologie aziendali, patrimoni, giri d’affari, indebitamento, e non alle srl e spa di per sé: un conto sono piccole società immobiliari, un altro grandi realtà industriali. Ci sono srl enormi e modeste spa. DI CORSA DAL NOTAIO
Se, per esempio, per tutte le srl si prevedesse alla fine il sindaco unico, mentre le spa rimanessero obbligate al collegio, secondo i commercialisti si assisterebbe a una corsa (pericolosa) al cambio giuridico delle società (dal notaio bastano 3 mila euro) in favore del professionista che opera da solo, e si arriverebbe a uno scenario di controlli allentati. I sindaci sono pagati in assenza di tariffe (eliminate dal 2006), anche se i vertici di categoria hanno predisposto un prezzo di riferimento, che tiene conto tra l’altro di capitale sociale dell’azienda e spese generali del professionista (620 euro giornalieri come indennità di assenza dallo studio). Poi ogni società si orienta come vuole: le srl di scarso peso compensano con remunerazioni non rilevanti, mentre una grande azienda come Mondadori prevede 60 mila euro per il presidente e 40 mila ciascuno agli altri due colleghi di collegio. Il lavoro del sindaco comporta ogni anno almeno quattro incontri per le verifiche, altrettante sedute per la redazione dei bilanci, un paio insieme con i cda e, infine, l’assemblea dei soci. Dietro tutto questo ci sono analisi e verifiche che un professionista può anche delegare a collaboratori, ma poi è il sindaco che fisicamente dev’essere presente agli appuntamenti societari.
UN UOMO SOLO AL COMANDO
Per contestare il progetto politico di sindaco unico, i commercialisti spiegano che per un uomo solo l’attività di controllo sarebbe molto più complicata. Eppure nella stessa categoria non pochi ritengono che accanto a questo problema ce ne sia un altro: l’eccesso di incarichi in capo a pochi professionisti pagati cari, a discapito dei più giovani. Qualche professionista si spinge a indicare il limite fisiologico di compatibilità degli incarichi, cinque o sei, che possono aumentare di altri tre o quattro nel caso si tratti di società poco impegnative. Con 20 poltrone servirebbero 200 giorni di lavoro, girando l’Italia su e giù. E per ricoprirne oltre questa misura occorre essere Superman, e forse non basta. La Consob, per la verità, ha introdotto un punteggio (che tiene conto di valori economici e tipologie di incarichi) per contenere il numero di poltrone nel caso si tratti di società quotate o a capitale diffuso. Non bisognerebbe andare oltre il livello cinque. In tutti gli altri casi, tuttavia, cioè la grandissima parte, il tetto non c’è. Comunque sia, l’attività di sindaco può servire a portare a casa un bel gruzzolo. Le regole sul tema permettono ampio margine di manovra. Il consiglio nazionale di categoria ha lasciato agli iscritti il libero arbitrio, un autovalutazione, nello stabilire se gli incarichi sono troppi o meno. Tentativi di modificare gli e uilibri sembrano però risultati vani. «E l’accumulo dei posti nei collegi il vero problema», conferma Gerardo Longobardi a capo dell’Ordine di Roma e candidato alla presidenza nazionale, «è una questione etica innanzitutto, perché chi ha 40 o 50 incarichi è impossibile che compia il proprio dovere». Per Longobardi, che siede in sette collegi e dice che uscirà dalle società di capitale che dovessero un giorno passare a sindaco unico, «la questione morale legata al tetto va estesa a vantaggio dei più giovani che avrebbero così più opportunità».
LIMITE MASSIMO
Lo sanno bene quelli dell’Ungdcec (Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili), che negli anni scorsi hanno provato a premere sul consiglio nazionale affinché introducesse una regola precisa, orientata quantomeno al pur generoso limite massimo di 20 incarichi. Ne era nata una vera campagna: fatica inutile. Oggi, con il progetto governativo di tagli nei collegi e i maggiori oneri di lavoro prospettati per chi resta sindaco unico, il limite auspicato scende come ipotesi a dieci incarichi. «Vogliamo tornare all’attacco», racconta Eleonora Di Vona presidente dell’Ungdcec, «i vertici della nostra professione hanno scelto di non scegliere e io non conosco sindaci che sono andati dagli Ordini per sapere se un tal ammontare di posti era ammissibile». Secondo il professionista, che non siede in collegi sindacali, «più che mai in questa fase è tempo di svolte vere, che con il sindaco unico poco spartiscono».

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