Pagamenti online per spingere l’innovazione

Pagamenti online per spingere l’innovazione

Il Sole 24 Ore – 08 ottobre 2012

Pagare una multa, o il contributo per la mensa scolastica, utilizzando la carta di credito o il bancomat oppure facendo un bonifico su un conto corrente, indicato sul sito web del Comune. Sono solo alcuni esempi di applicazione della norma prevista all’articolo 15 del decreto sviluppo varato dal Governo qualche giorno fa, che obbliga le pubbliche amministrazioni, i gestori di servizi pubblici e le società interamente o prevalentemente partecipate da enti pubblici ad accettare pagamenti dagli utenti anche con tecnologie elettroniche.

Barbara Bisazza

Pagare una multa, o il contributo per la mensa scolastica, utilizzando la carta di credito o il bancomat oppure facendo un bonifico su un conto corrente, indicato sul sito web del Comune. Sono solo alcuni esempi di applicazione della norma prevista all’articolo 15 del decreto sviluppo varato dal Governo qualche giorno fa, che obbliga le pubbliche amministrazioni, i gestori di servizi pubblici e le società interamente o prevalentemente partecipate da enti pubblici ad accettare pagamenti dagli utenti anche con tecnologie elettroniche. Gli enti dovranno pubblicare sui propri siti istituzionali i codici Iban e gli identificativi del conto corrente postale su cui effettuare i versamenti. In teoria, una misura a costo zero. «Comunque saranno richieste delle risorse – valuta Michele Benedetti, responsabile Ricerca dell’Osservatorio e-government della School of management del Politecnico di Milano – perché dal punto di vista dell’ente ci saranno forti impatti di tipo organizzativo per gestire le implicazioni successive». Secondo i dati dell’Osservatorio, la completa digitalizzazione dei pagamenti multicanale alla Pa locale comporterebbe, a regime, un risparmio di circa due miliardi l’anno, la metà dei quali dovuti al potenziale recupero di efficienza e produttività. «La novità maggiore, però – sottolinea il docente – è che si apre un nuovo mercato per i prestatori di servizi a pagamento, banche o intermediari che, in regime di liberalizzazione e concorrenza, saranno invogliati ad ampliare la disponibilità di servizi e a creare offerte strutturate, minimizzando i costi per gli enti. Questo può spingere l’innovazione nella Pa». Per quanto riguarda i tempi di attuazione, si può immaginare che siano brevi? «La norma non specifica la tempistica né le sanzioni per chi dovesse tardare- osserva il docente -. Non basterà qualche mese. Si tratta di un passo dovuto per abilitare un processo di cambiamento che richiederà i suoi tempi. Le Regioni più virtuose potranno muoversi in fretta, le altre potranno fare riferimento a Consip; è comunque lasciata agli enti l’autonomia operativa». Negli ultimi dieci anni i programmi di finanziamento dell’innovazione nella Pa locale gestiti a livello governativo hanno permesso di stimolare l’avvio di progetti per un controvalore di quasi 750 milioni di euro. Secondo i dati dell’Osservatorio, però, quasi la metà dei progetti di innovazione non raggiunge più del 25% degli obiettivi prefissati. «Inoltre – commenta Benedetti – una volta cessati i finanziamenti, accade spesso che l’ente non devolva ulteriori risorse per la manutenzione ordinaria ed evolutiva delle soluzioni realizzate, cosicché, nel 40% dei casi, c’è la possibilità che la soluzione venga lentamente dismessa». Oltre un terzo dei Comuni al di sopra dei 15mila abitanti non si è ancora dotato di un Settore innovazione e quasi la metà delle Province non ha un rappresentante politico per queste tematiche. «I provvedimenti dell’agenda digitale contenuti nel decreto sviluppo, anagrafe nazionale in primis, e in generale i processi legati all’e-government si pongono obiettivi ambiziosi di recupero di efficienza e competitività per l’intero sistema Paese, ma – conclude il docente del Politecnico – dovranno fare i conti con la capacità della Pubblica amministrazione di saper attuare il cambiamento».

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