Gli investimenti di corporate Usa possono crescere

Gli investimenti di corporate Usa possono crescere

Il Sole 24 Ore – 06 febbraio 2013

Sono 591 le imprese targate Usa censite da InfoCamere. Sono distribuite sul territorio italiano su 923 unità locali. Nonostante siano formalmente diffuse in 73 province, 405 insediamenti su 923 sono ubicati nella provincia di Milano. Il giro d’affari delle principali presenze statunitensi nel nostro Paese è sui 50 milioni di dollari. In totale, però, l’Italia attira solo l’1,1% dei capitali Usa in Europa.

Marco Valsania

Dalla benzina alle crociere, dall’auto alla farmaceutica e all’aerpospazio. Gli esempi di investimenti diretti incoraggianti – e anche d’avanguardia – da parte di imprese americane in Italia non mancano e mettono in luce le potenzialità per il futuro. Anche se, purtroppo, sono tuttora un’eccezione anziché la norma: il totale di questi impieghi è fermo a 25,34 miliardi di dollari, alle spalle di tutti i principali paesi europei, meno della metà di paesi come la Spagna, la cui crisi del debito è piu’ grave, o del Belgio. Di piu’: la maggior parte delle attività della Corporate America nella penisola rimane troppo spesso oggi ancora confinata a uffici di rappresentanza, di marketing o commerciali, non si estende a fabbriche e impianti. I grandi nomi della Corporate America mostrano di essere sensibili e interessati alle possibilita’ offerte dall’Italia. La classifica del giro d’affari generato nel-la penisola vede in testa la regina dell’oro nero Exxon Mobil, con la Esso Italia capace di vendite per ben 174 miliardi di dollari l’anno. Segue la General Electric, che ha messo a segno autentici investimenti diretti di grande rilievo: solo tra Nuovo Pignone e Avio, il gruppo aerospaziale che ha da poco acquisito, dovrebbe superare gli otto miliardi di giro d’affari. Ford italia vanta 4,3 miliardi e Generai Motors 2,5, facendo lievitare l’auto a un totale di quasi sette miliardi, anche se latitano le catene di montaggio e lo sforzo è soprattutto commerciale. Nell’informatica Ibm Italia vanta 3,9 miliardi e con i 2,4 miliardi di Hewlett-Packard porta la coppia dell’hitech oltre i sei miliardi. Il gruppo media Sky Italia, di News Corp, è assestato a 3,8 miliardi. La farmaceutica è un altro punto di forza della presenza statunitense: Pfizer (2 miliardi) e Abbott (1,7 miliardi) fanno quasi quattro miliardi. Seguiti dal turismo: Carnival, nelle crociere, con due marchi quali Costa e Mercurio supera i 3,5 miliardi. La prima finanziaria è al momento JP Morgan, con 1,2 miliardi. E altri esempi arrivano dalla new economy, dalla Power One, protagonista del fotovoltaico che ha dato vita anche a un nuovo polo di ricerca sull’energia rinnovabile in Toscana. E da Amazon, nell’e-commerce, che in Sardegna ha ideato un centro per i servizi ai consumatori. Ne’ e’ assente un tessuto di operazioni passate piu’ in sordina: dalla Agco che da due anni controlla il produttore di mieti-trebbie Laverda alla Dow Italia, che l’anno scorso ha investito in un nuovo impianto per la produzione di copolimeri UPS vicino a Lodi e ha aperto un centro globale di ricerca e sviluppo dei poliuretani nei pressi di Reggio Emilia. Heinz, il leader del ketchup, ha investito 3o milioni nello stabilimento Plasmon di Latina. L’Italia, pero’, rappresenta tuttora soltanto 1’1,1% dei capitali a stelle e strisce con destinazioni europee e lo 0,61% di quelli con mete globali. Raffrontata al Pil, la presenza statunitense resta limitata. Gli investimenti contribuiscono 1’1,24% rispetto al 3,2% in Germania, al 3,5% in Francia e al 4,3% in Spagna. Non basta: un paese come il minuscolo Lussemburgo (avvantaggiato dal ruolo di paradiso fiscale e patria di holding finanziarie) batte l’Italia anche nel settore strettamente manifatturiero, 9,7 miliardi a 8,2 miliardi stando alle statistiche compilate dal governo americano. Un paragone che illustra il nodo degli investimenti corporate nel paese: tra le 923 unità locali di 591 imprese statunitensi censite da Infocamere, abbondano uffici di rappresentanza e marketing e si contano sedi per la distribuzione commerciale. Ben piu’ raramente spuntano fra loro nuovi impianti produttivi. Quando una simile presenza esiste è spesso ereditata, grazie all’acquisizione di un protagonista consolidato, non il risultato del lancio di neonate attività. E squilibri negli investimenti esistono quando si osserva la loro concentrazione sul territorio: nonostante siano formalmente diffusi in 73 province, 405 delle 923 unità locali si trovano tutte nella provincia di Milano.

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