Può fallire la società cancellata

Può fallire la società cancellata

Il Sole 24 Ore – 31 maggio 2013

La società cancellata dal Registro imprese può ancora fallire. Entro un anno dalla cancellazione e quando l’insolvenza si è verificata prima della cancellazione stessa o nell’anno successivo. E in questo caso la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale. Lo precisa la Corte di cassazione con la sentenza n. 13659 della Prima sezione civile.

Giovanni Negri

La società cancellata dal Registro imprese può ancora fallire. Entro un anno dalla cancellazione e quando l’insolvenza si è verificata prima della cancellazione stessa o nell’anno successivo. E in questo caso la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale. Lo precisa la Corte di cassazione con la sentenza n. 13659 della Prima sezione civile depositata ieri. La pronuncia conferma, così, il carattere assolutamente eccezionale dell’articolo 10 della Legge fallimentare dopo la sentenza delle Sezioni unite civili che poche settimane fa (sentenza n. 6070 del 12 marzo 2013) ha fornito un inquadramento del destino dei rapporti giuridici pendenti al momento della cancellazione della società dal Registro. La regola base, con riferimento alle società di capitali è quella della successione a titolo universale dei soci nei debiti sociali, con il limite delle somme da questi riscosse sulla base del bilancio finale di liquidazione. Tuttavia, per quanto riguarda la procedura di fallimento, è prevista la possibilità dalla dichiarazione entro un anno dal momento della cancellazione dal registro.
E’ chiaro allora che, in conseguenza di questa previsione, sia il procedimento per dichiarazione di fallimento, sia le eventuali fasi successive di impugnazione continueranno a svolgersi nei confronti della società. E quest’ultima sarà sempre impersonata da chi ne aveva la rappresentanza legale. Si tratta, ammette la Cassazione, di una «fictio iuris» che «postula come esistente ai soli fini del procedimento concorsuale un soggetto ormai estinto (come del resto accade anche per l’imprenditore persona fisica che sia dichiarato fallito entro l’anno dalla morte)». Non vale sostenere, come pure era stato fatto nel corso del procedimento davanti alla Suprema corte, che, nel quadro normativo successivo alla riforma del diritto societario, l’applicazione dell’articolo io della Legge fallimentare, nel caso delle società di capitali, richiederebbe la notifica del decreto di comparizione ai soci invece che alla società nella persona del liquidatore. Infatti, sottolinea la sentenza, l’articolo 2495 del Codice civile, nella versione ridisegnata dalla riforma Vietti, prevede sì la notifica dell’atto ai soci presso l’ultima sede della società nell’anno successivo alla cancellazione dal Registro, ma è funzionale all’instaurazione del contraddittorio con i soci, nell’ambito di una successione nei rapporti giuridici in essere, ma non è applicabile a una fattispecie che, invece, muove da quella “finzione” per cui non c’è stata estinzione. I soci, peraltro, succedono nei debiti della società estinta solo fino a concorrenza delle somme distribuite sulla base del bilancio finale. Ora, osserva ancora la sentenza, è vero che non può essere esclusa la possibilità di un’azione del curatore della società estinta e dichiarata fallita nei confronti dei soci, «ma in questo quadro l’azione supporrebbe l’intervenuto fallimento della società e si aggiungerebbe alla procedura concorsuale senza sostituirla, mentre nella fattispecie di causa si tratta di individuare la legittimazione processuale passiva della società alla procedura di fallimento testualmente prevista dall’articolo 10 della Legge fallimentare». La legittimazione spetta quindi al liquidatore e non, come invece aveva concluso il tribunale di Napoli, ai singoli soci.
In aderenza a questo orientamento, i creditori che intendono agire in giudizio nei confronti della società cancellata dal registro, naturalmente nel rispetto dei paletti temporali previsti dalla normativa, con una finestra di tempo a disposizione cioè di u mesi, devono muoversi contro il liquidatore chiedendo il fallimento della società. Per questo la Cassazione ha accolto il ricorso presentato da Equitalia e rinviato alla Corte d’appello di Napoli per un nuovo esame della questione, che dovrà però tenere conto delle conclusioni raggiunte nella sentenza.

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