Le reti d’impresa vincono a piccoli passi

Le reti d’impresa vincono a piccoli passi

Il Sole 24 Ore – 25 novembre 2013

Al modello dell’aggregazione si ispira un numero crescente di imprenditori. All’inizio di ottobre in Italia (fonte: elaborazione Retimpresa su dati InfoCamere) erano stati siglati più di 1.160 contratti di rete con oltre 5.600 imprese coinvolte. Un libro rivela i fattori di successo e le aree di miglioramento.

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Enrico Netti

«Tra le varie forme di alleanze proposte negli ultimi cinquant’anni in Italia il contratto di rete è quello che ha fornito i migliori risultati sul piano quantitativo». Ne è convinta Marina Puricelli, docente senior della Sda Bocconi, che aggiunge: «Non si tratta di un disegno calato dall’alto, ma di una proposta che nasce dal riconoscimento delle oggettive caratteristiche dell’agire imprenditoriale, tra cui il mantenimento di un’elevata autonomia È lo strumento che ha migliorato, e spesso risolto, tre criticità delle Pmi: l’esigenza di fare innovazione, di internazionalizzarsi e di aumentare la competitività per rispondere all’attuale crisi finanziaria». A quattro anni dall’entrata in vigore della legge che ha istituito il contratto, Paolo Preti e Marina Puricelli approfondiscono nel libro «Concorrere per competere. Le reti d’impresa tra territorio e globalizzazione» (a cura di Paolo Preti e Raffaello Viginali) i fattori strategici, di comportamento e organizzativi che facilitano la creazione del network. II volume, che verrà presentato venerdì presso l’Università Bocconi, analizza diversi casi di reti più strutturate, quelle che, in media, riuniscono una decina di Pmi. Al modello dell’aggregazione si ispira un numero crescente di imprenditori. All’inizio di ottobre in Italia (fonte: elaborazione Retimpresa su dati InfoCamere) erano stati siglati più di 1.160 contratti di rete con oltre 5.600 imprese coinvolte. «La rete non viene costituita per salvare le aziende sull’orlo del baratro, ma nasce dall’esigenza di riunirsi per colmare le aree di debolezza – sottolinea Preti -, come per esempio, il marketing, l’internazionalizzazione o il limite di essere un’impresa terzista. Unendo tanti fornitori si può arrivare sul mercato con un marchio proprio».
È il caso di Diconet, rete di tante piccole imprese specializzate nella realizzazione di parti utilizzate per la produzione di macchine automatiche. Raggruppandosi, grazie ai nuovi modelli organizzativi portati dalla rete, hanno tenuto testa alla crisi della meccanica, riuscendo ad aumentare i ricavi. Un nodo da affrontare, invece, è riuscire a definire un referente in seno all’aggregazione e un comitato che sappia individuare strategie per lo sviluppo. «Servono regole chiare di funzionamento. II referente e il comitato di gestione sono strumenti fondamentali, rappresentano lo strumento organizzativo e di coordinamento», continua Preti. Organi, previsti dalla legge, che tracciano le linee guida Alcuni network si sono anche dotati di un sistema di rendicontazione annuale, una struttura che provvede a ripartire entrate e uscite e prepara una sorta di bilancio informale. «Così si garantisce il controllo e si aggiunge chiarezza agli aspetti economici in questa sorta di “regime di convivenza” che si viene a instaurare tra le aziende- sottolinea Puricelli-. Dove c’è, funziona molto bene». È il caso di Infrabuild, rete che coinvolge una decina di imprese lombarde del settore costruzioni. «Il processo di aggregazione deve essere graduale – aggiunge Puricelli -. Le reti che funzionano meglio sono caratterizzate da progressività e costanza nei risultati, ma non ci si deve dimenticare di un altro fattore: la naturale propensione all’autonomia degli imprenditori. Per questo in molti contratti sono previste clausole che fissano tempi e modi per l’ingresso o l’uscita delle aziende». Una gradualità che si deve rispettare anche sul fronte delle aspettative. «È meglio partire con pochi obiettivi condivisi, per esempio lo sviluppo in una specifica area all’estero- conclude Preti-, indicando con chiarezza come si potrebbe raggiungere questo target».

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