Dalle Pmi culturali il 5,4% del Pil

Dalle Pmi culturali il 5,4% del Pil

Il Sole 24 Ore – 17 dicembre 2013

Il 7,5% di tutte le attività economiche italiane è costituito dalle imprese culturali, ovvero le aziende – dell’architettura, del design, della moda, della comunicazione, della grafica, eccetera – che esportano cultura made in Italy, creatività, innovazione.

cultura

Giovanna Mancini

Chi l’avrebbe mai detto, anche solo qualche anno fa, che si potesse parlare di politiche industriali facendo riferimento al mondo della cultura. Eppure, tra le eredità di questa crisi che attanaglia l’economia dell’Italia, c’è anche un nuovo modo di guardare a quel patrimonio di arte, storia e creatività del nostro Paese che non è rappresentato soltanto dai beni culturali tradizionalmente intesi, ma anche da una miriade di imprese manifatturiere che realizzano ed esportano prodotti frutto della creatività e della progettualità, contribuendo a diffondere l’immagine del made in Italy nel mondo. Una galassia di quasi 460mila aziende nel 2012, pari al 7,5% del totale delle attività economiche nazionali, fotografato nel terzo rapporto «Io sono cultura», realizzato da Unioncamere e Fondazione Symbola in collaborazione con Regione Marche e Istituto europeo di design di Milano. Il rapporto mette in evidenza soprattutto la dinamicità di queste realtà che, in controtendenza rispetto al dato nazionale, nel 2012 sono aumentate del 3,3% rispetto all’anno precedente e hanno contribuito al Pil italiano con un valore aggiunto di 75,5 miliardi di euro (il 5,4% del totale), dando lavoro a quasi 14 milioni di persone. Le regioni più vitali si confermano quelle del Nord-Ovest, con in testa la Lombardia, mentre la provincia con più industrie è quella di Firenze. «Il perdurare della crisi ha costretto tutti noi a ripensare il modello economico e produttivo – spiega Claudio Gagliardi, segretario generale di Unioncamere – spingendo verso nuovi sistemi che mettano al centro la qualità della vita». Questo nuovo modello si fonda su tre cardini: ambiente, cultura e sostenibilità. E mette insieme al patrimonio storico-artistico (musei, monumenti ecc.) e all’industria culturale tradizionale (cinema, teatri, radio-tv…) anche quelle imprese cosiddette «creative» che – dall’architettura al design, dalla moda alla comunicazione, alla grafica – stanno dimostrando grande dinamismo e competitività sui mercati globali, grazie alla capacità di coniugare innovazione tecnologica e tradizione artigiana. Il valore dei prodotti esportati dal sistema culturale è infatti saldamente in crescita dal 2009 a oggi, con un saldo positivo anche della bilancia commerciale, che nel 2012 ha raggiunto i 22,7 miliardi, secondo solo a quello della filiera meccanica (53,9 miliardi) e davanti alla metallurgia (13 miliardi). Il sistema produttivo culturale si aggiudica così nel 2012 il quarto posto fra i comparti industriali italiani in termini di export, con un valore che supera i 39 miliardi (il 10% del totale italiano). Il trend positivo è da attribuire quasi totalmente ai manufatti delle industrie creative, in particolare design e stile, che nel 2012 hanno esportato beni per un valore di oltre 36 miliardi ( 3,8 rispetto al 2011), contribuendo per il 9,3% all’export nazionale. «Con questo rapporto – precisa Gagliardi- dimostriamo chela cultura non solo dà da mangiare, ma crea inoltre lavoro, migliora i servizi e la qualità della vita e produce innovazione». Se si considerano infatti non solo le imprese culturali in senso stretto, ma tutta la filiera che esse alimentano (turismo, commercio, trasporti, comunicazione, ecc.), il valore aggiunto del comparto sale al 15,3% dell’economia nazionale, con un effetto moltiplicatore pari a 1,7. Tradotto in termini concreti, ogni euro investito in cultura ne attiva 1,7 sul resto dell’economia. In particolare, è il turismo il settore che più ne trae beneficio: secondo le stime di Unioncamere, la spesa turistica attivata dall’industria culturale è quantificabile in 26,4 miliardi di euro, ovvero il 36,5% del totale della spesa turistica 2012. In questo senso, un’occasione importante per valorizzare questo rapporto virtuoso sarà Expo 2015, come ha ricordato il sottosegretario alla manifestazione, Maurizio Martina «Questo evento deve diventare una leva per elaborare nuove strategie di sviluppo industriale sul medio e lungo periodo, che vedano al centro proprio questi elementi di creatività, sostenibilità e qualità della vita». Ovviamente non tutto il comparto si muove e funziona allo stesso modo e con lo stesso dinamismo. L’indagine Symbola-Unioncamere ha anche lo scopo di capire quali pezzi della filiera dimostrano le maggiori potenzialità di crescita e su quali ha senso scommettere. In modo da orientare non solo le scelte e gli investimenti dei privati, ma anche le istituzioni che, aggiunge Gagliardi, «dovrebbero attivare strumenti di politica industriale vera e propria, che ad esempio sostengano i giovani ad avviare nuove società, o favoriscano la creazione di reti di impresa, per superare il limite dimensionale che molto spesso penalizza queste realtà». Bisogna inoltre rafforzare il legame tra questo tessuto imprenditoriale e il mondo della ricerca e della formazione. «Perché questa filiera – conclude Claudio Gagliardi – è profondamente legata ai territori e alle loro tradizioni e peculiarità. È una filiera che non delocalizza, ma esporta, creando lavoro in Italia e per i nostri giovani».

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