L’inefficienza dello Stato costa alle imprese 31 miliardi l’anno

L’inefficienza dello Stato costa alle imprese 31 miliardi l’anno

Il Messaggero – 24 febbraio 2013

Un sacco di tempo perso e anche un botto di soldi: 45 giorni lavorativi e 11 mila euro l’anno in media ad azienda. Tra i famosi «lacci e lacciuoli» di carliniana memoria, quelli della burocrazia continuano a stringere al collo le imprese che lavorano nel nostro Paese.

Giusy Franzese

IL SALASSO
Un sacco di tempo perso e anche un botto di soldi: 45 giorni lavorativi e 11 mila euro l’anno in media ad azienda. Tra i famosi «lacci e lacciuoli» di carliniana memoria, quelli della burocrazia continuano a stringere al collo le imprese che lavorano nel nostro Paese. Eppure non si può dire che nessun governo se ne sia mai accorto o non ci abbia provato. Dai ministri Bassanini a Brunetta, dal governo Monti a quello Letta, i tentativi di rendere la mastodontica e costosa macchina burocratica italiana più efficiente e meno assurdamente ostile ai cittadini e alle imprese, sono stati numerosi. Ma i risultati, purtroppo, restano scarsi. Come accade con la coda della lucertola, i pezzi tagliati si rigenerano e qualche volta si moltiplicano. Una legge elimina un adempimento? Poco dopo spunta un decreto che ne inventa un altro ancora più complesso. Tra certificati, dichiarazioni, moduli, attestazioni varie, le aziende sprecano tempi e soldi. E non sempre questi certificati, queste dichiarazioni, questi moduli da compilare stando bene attenti a non sbagliare, sono indispensabili a quella funzione di controllo che pure è necessaria. A maggior ragione nell’era digitale, quando con un semplice click – se le banche dati funzionassero davvero e fossero tutte in rete – un qualunque burocrate potrebbe fare tutti i controlli che gli occorrono. Tra tasse alte e cattivo funzionamento della macchina pubblica, l’Italia si ritrova così in fondo alla classifica europea relativa agli Ide: gli investimenti diretti esteri. Solo la Grecia è meno attrattiva di noi. «Tra il 2008 e il 2012 – ricorda il Job Acts di Renzi – l’Italia ha attratto 12 miliardi di euro all’anno di investimenti stranieri. La metà rispetto ai 25 miliardi della Germania».
GIORNI SPRECATI
Per la banca Mondiale siamo al 65esimo posto nel mondo (su 189 Paesi) e al 25esimo nell’Ue, per facilità di fare impresa. Una recente indagine della Cgia di Mestre evidenzia il percorso a ostacoli che deve affrontare un imprenditore che vuole avviare una nuova attività in Italia. Sono necessari ben 234 giorni per ottenere tutti i permessi per costruire un capannone, 33 in più rispetto alla media europea. Una volta tirata su la fabbrica, bisogna attendere 124 giorni per l’allacciamento alla rete elettrica (102 la media Ue). Solo per pagare le imposte e i contributi, rispettando tutte le scadenze, servono 269 ore all’anno, ben 33 giorni lavorativi (ci supera solo il Portogallo, 34 giorni). E poi 19 giorni per le procedure di esportazione, 18 per quelle di importazione, e così via. Insomma una marea di tempo da impiegare dietro le scartoffie. Che per le piccole aziende si traduce in un costo che varia tra 7 mila euro l’anno (se il tutto è gestito direttamente in casa) e 11 mila (se ci si rivolge a consulenti e commercialisti esterni). Secondo Confartigianato solo gli adempimenti relativi alla sicurezza sul lavoro, per una piccola impresa rappresentano l’8% del costo del lavoro per il personale dipendente. Complessivamente per l’intero sistema produttivo la burocrazia costa 31 miliardi di euro l’anno, quasi due punti percentuali di Prodotto interno lordo.
RISPARMI POSSIBILI
Secondo uno studio di Confartigianato, se solo venissero attuati i provvedimenti di semplificazione varati tra il 2008 e il 2012, i costi della burocrazia sulle imprese potrebbero essere abbattuti di quasi 8,5 miliardi di euro. Confindustria – che da tempo combatte la battaglia contro la burocrazia che opprime – calcola che riuscire a ridurre dell’1% le inefficienze della Pubblica amministrazione comporterebbe un incremento dello 0,9% del Pil pro capite e un aumento dello 0,2% della quota dei dipendenti in imprese a partecipazione estera sul totale dell’occupazione privata non agricola.

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