I nuovi artigiani fanno impresa in 3D

I nuovi artigiani fanno impresa in 3D

Il Sole 24 Ore – 08 aprile 2014

La crisi e la diffusione di strumenti digitali per la produzione e la commercializzazione hanno spinto negli ultimi anni il fenomeno dell’«autoproduzione». Che non si pone più come alternativa al modello industriale, ma lo integra.

Giovanna Mancini

Non sono passati molti anni da quando il termine «autoproduzione», riferito al mondo del design, indicava gruppi o sistemi di progettazione alternativi al modello tradizionale di produzione, che sostituivano l’imprenditore con il progettista stesso, il sistema fmanziario delle banche con un modello «open source», ad esempio il «crowd funding» attraverso la rete, e i canali di distribuzione attraverso rivenditori fisici con l’ecommerce. Ebbene, oggi il mondo dell’autoproduzione si sta diffondendo con una tale rapidità e in modo così convincente da non poter più essere ignorato da quello stesso “sistema” che si proponeva di scardinare. Fioriscono in Italia (per non parlare di quanto avviene nel resto del mondo, in particolare Stati Uniti e Nord Europa) fiere, manifestazioni e occasioni di incontro tra «makers», i nuovi artigiani 2.0, che spesso progettano, producono e distribuiscono in proprio i loro oggetti. Lo stesso Salone del Mobile, tempio del design internazionale e di tutto quanto fa “tendenza” nel settore, dedica spazio quest’anno a tale fenomeno, all’interno del Salone Satellite. Mentre il Triennale Design Museum di Milano, altra istituzione per gli addetti ai lavori, il 4 aprile ha inaugurato la sua settima edizione con la mostra «Il design italiano oltre la crisi. Autarchia, austerità, autoproduzione». Sì, perché proprio la crisi economica attuale, che ha reso ancora più difficile per i designer trovare committenze presso le aziende, ha spinto molti di loro a mettersi in proprio e diventare, oltre che progettisti, imprenditori e manager di se stessi, aiutati anche dalle nuove tecnologie che – come spiega Stefano Micelli, docente di Innovazione tecnologica all’Università Ca’ Foscari di Venezia e attento studioso del fenomeno dei makers – hanno reso accessibili (dal punto di vista sia dei costi sia della facilità di utilizzo) gli strumenti per tradurre un’idea in prodotto concreto, promuoverlo e commercializzarlo. Ma la vera chiave di volta, secondo Stefano Maffei, professore al Politecnico di Milano, è stata la trasformazione dei consumatori in acquirenti competenti e informati, che ricercano sempre più spesso prodotti non massificati e di qualità a prezzi accessibili (ancorché elevati). «L’aspetto tecnologico è fondamentale – precisa Maffei – ma in Italia l’arrivo sul mercato di macchine più piccole e multi-scopo, come le stampanti 3D, e delle piattaforme online per la distribuzione ha aperto prospettive inedite rispetto agli altri Paesi, perché si è intrecciato a un sistema industriale basato sui distretti artigiani che da questo nuovo modello traggono beneficio. Può nascere davvero una nuova distrettualità che apre al contesto globale, grazie alla Rete, quelli che un tempo erano soltanto produzioni locali». Il fenomeno dell’autoproduzione può dunque diventare un nuovo modello di mercato, non necessariamente in contrapposizione con quello vecchio, ma semmai a sua integrazione, come dimostrano alcuni recenti esperimenti di collaborazione tra grandi brand del design e produttori indipendenti (Valcucine con il progetto Open Kitchen lanciato nelle scorse settimane; Flou con il progetto Natevo), o il debutto con etichette indipendenti di designer che lavorano anche per aziende consolidate (come Giulio Iacchetti con il suo progetto Internoitaliano).

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