La nuova emigrazione? Sparita una città come Palermo

La nuova emigrazione? Sparita una città come Palermo

Il Corriere della Sera – 07 maggio 2014

Via in 523 mila. Gli spostamenti soprattutto dai centri più grandi con oltre 150 mila abitanti. Ma lo spopolamento delle più grandi città del Sud che ha denunciato qualche giorno fa la Svimez è sintomo di un malessere più radicato e profondo del degrado urbano.

Sergio Rizzo

Che si possa dare la colpa al peggioramento della qualità della vita nelle metropoli, è scontato. Ma lo spopolamento delle più grandi città del Sud che ha denunciato qualche giorno fa la Svimez è sintomo di un malessere più radicato e profondo del degrado urbano. Fra il 2001 e il 2011 l’emigrazione dalle Regioni meridionali ha ripreso a marciare a un ritmo di oltre 50 mila persone l’anno. Se ne sono andati in 523.726 (poco meno di una città come Palermo che ne conta 650 mila), ed è come se si fossero trasferiti tutto al Centro Nord, dove infatti ne sono arrivati 522.549. Nella sola provincia di Napoli si è avuto un saldo migratorio, come differenza fra le partenze e gli arrivi, negativo per ben 96.687 unità. A differenza però di quanto avveniva negli anni Cinquanta e Sessanta, con gli emigranti che partivano dalle campagne e dai paesi per cercare lavoro nelle industrie settentrionali” adesso vanno via soprattutto dalle città. Il comune di Napoli ha perduto 42.497 abitanti, scendendo sotto il milione; Palermo, invece, 29.161. Per entrambe le più grandi città del Mezzogiorno il calo è stato del 4,2%. Ancora niente, al confronto di quelle che è successo in tutto il Sud. Dice la Svimez che i comuni meridionali con più di 150 mila abitanti hanno subito nel decennio una flessione di 421.096 residenti. Il 12,9% del totale. Al contrario, i centri di classe dimensionale analoga del Centro Nord hanno registrato un aumento del 6,8%: se la città di Milano ha mostrato un calo di 14.088 persone, a tutto vantaggio dell’hinterland, la popolazione di Roma è aumentata invece di 70.371 unità.
L’associazione presieduta da Adriano Giannola avverte che di questo passo nel 2050 gli abitanti del Mezzogiorno scenderanno a poco più di 18 milioni contro i 20,9 di oggi. Ed è indiscutibile il nesso fra la massiccia ondata migratoria e l’assenza di lavoro. Fra il 2001 e il 2013 il tasso di occupazione è sceso al Sud dal 43,1 al 42% ed è salito al Centro Nord dal 61 al 62,9%. A Napoli siamo al 36,7 per cento, contro il 38 di dodici anni prima. E sta appena meglio Palermo, con il 37,4%. Parliamo di un livello inferiore a tutte le più povere ripartizioni dell’Unione Europea: dalla Guyana francese a Melilla, enclave spagnola in Marocco. Per i giovani di età compresa fra i 15 e i 34 anni, poi, la situazione è ancora più spaventosa. Il tasso di occupazione a Napoli è sceso dal 30,2% del 2001 al 22,5% del 2013. Ormai nel capoluogo campano lavora (ufficialmente, s’intende) appena un giovane su 4,4. A Palermo, uno ogni 4,2. A Bari, uno ogni 3. In tutto il Sud il tasso di occupazione giovanile è precipitato dal 2001 27,6%, a fronte di un già miserrimo 40,2% dell’intera Italia. Di conseguenza non può essere un caso se nel periodo compreso fra il 2000 e il 2012 il tasso di emigrazione dei meridionali laureati è cresciuto dal 10,7 al 25%. All’inizio degli anni Duemila faceva le valigie uno su dieci: oggi uno su quattro. Dal 1990 al 2012 hanno lasciato le Regioni meridionali 172 mila giovani con la laurea in tasca. Tutti diretti al Centro Nord o all’estero. Fuggono, per non voltarsi indietro. E quelli che poi ritornano si contano sulle dita di una mano.

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