«Più valore ai prodotti e alle aziende»

«Più valore ai prodotti e alle aziende»

Il Sole 24 Ore – 22 maggio 2014

Gli agricoltori riuniti a Milano chiedono etichettatura obbligatoria e maggiori margini di guadagno. Diventano dunque essenziali lungimiranza, conoscenza dei meccanismi del mercato e capacità di stringere collaborazioni e sinergie con i trasformatori e i distributori, o di creare piccole realtà imprenditoriali capaci di fare tutto, dalla produzione alla vendita (spesso diretta).

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Giovanna Mancini

«Gli incentivi europei? Ben vengano, ma la cosa più importante è che le istituzioni ci aiutino a valorizzare i nostri prodotti, attraverso un’etichetta corretta, che garantisca l’origine, la qualità e il valore aggiunto del made in Italy. E, quindi, margini più ampi per i produttori». Cesare Fedeli, terza generazione alla guida dell’azienda di famiglia, nel Milanese, con i suoi 23 anni e una laurea alla Bocconi, sintetizza perfettamente il nuovo volto dell’agricoltura italiana. Giovane, dinamica e competente: perché, aggiunge, «oggi non bastano più buone idee e capacità nel produrre, ma servono competenze imprenditoriali e manageriali». I margini di guadagno per i produttori, concordano infatti le voci delle tante aziende del Nord Italia riunite ieri a Milano per l’incontro della Coldiretti, sono sempre più stretti, con i prezzi alla produzione invariati da anni e i costi, invece, in continuo aumento, per garantire la qualità che distingue l’Italia dagli altri Paesi. Diventano dunque essenziali lungimiranza, conoscenza dei meccanismi del mercato e capacità di stringere collaborazioni e sinergie con i trasformatori e i distributori, o di creare piccole realtà imprenditoriali capaci di fare tutto, dalla produzione alla vendita (spesso diretta). È quello che ha fatto l’azienda agricola “II Montizzolo” di Caravaggio (Bergamo), di cui Paolo Belloli, 32 anni, è contitolare: «Negli anni ’80 mio zio intuì che con il solo allevamento dei suini non saremmo andati avanti – racconta – perciò iniziò anche a trasformare la carne in salumi, che oggi vendiamo in una nostra bottega che ospita altri prodotti italiani, e da questa sera siamo anche un agroristorante, che mette a tavola i nostri prodotti». Un modello industriale che paga, ma che non sempre i produttori hanno la forza economica o la capacità imprenditoriale di mettere in piedi. Un’alternativa, suggerisce Fabio Benedetti, titolare di un’azienda viticola e di ortaggi a Sacile (Pordenone), potrebbe essere «migliorare i contratti di filiera,soprattutto attraverso i Consorzi agrari, in modo che una parte del valore aggiunto rimanga ai produttori, mentre oggi in gran parte va ai trasformatori». Esperienze di micro-filiere e collaborazioni stanno aumentando in Italia, soprattutto tra piccole realtà, ma non mancano i casi di accordi che coinvolgono la grande industria. Oltre al vantaggio economico per chi produce, una maggiore sinergia tra i vari livelli della filiera darebbe garanzie sul controllo dell’origine dei prodotti, per valorizzare davvero il made in Italy e tutelare, oltre ai consumatori, anche gli agricoltori dalla concorrenza sleale. Era questo il tema più discusso nella platea della Coldiretti a Milano,che chiedeva soprattutto certificazione, etichettatura e controlli. In totale sintonia con il palco dei rappresentanti di categoria e istituzionali, applauditissimi (da Zaia alla Serracchiani, da Maroni a Martina) quando hanno rivendicato la difesa dell’identità e della qualità del made in Italy, contro gli Ogm o le “furberie” dell’Unione europea. «Ben vengano controlli e regolamentazioni – dice ad esempio Alessandro Rota, 28 anni, un ingegnere che ha scelto di lavorare nell’azienda di cereali di famiglia, in Lombardia -. Ma il valore aggiunto che risulta dalle verifiche, deve essere monetizzato dalle aziende». Il nodo fondamentale è l’Europa: «Dobbiamo ottenere l’etichettatura obbligatoria – spiega Flavio Rezzadore, che da 35 anni produce radicchio e altri ortaggi con la sua piccola azienda di Asigliano Veneto (Vicenza)-.Molti consumatori sono disposti anche a pagare di più pur di comperare prodotti italiani. Perciò non è possibile etichettare come “made in Italy” prodotti che sono soltanto confezionati in Italia, ma con materie prime che arrivano da altrove». Importantissime sono dunque le elezioni Europee di domenica, «per mandare a Strasburgo persone preparate, competenti del nostro settore e capaci di far valere le ragioni dell’Italia», dice Bruno Marino,40enne allevatore di Mondovì (Cuneo). E ancora di più, il semestre italiano di presidenza Ue. A maggior ragione in vista di Expo 2015, grande opportunità per far conoscere al mondo l’agoalimentare italiano. Soprattutto per i giovani, che in questo settore sono davvero tanti (30mila le imprese giovanili avviate dall’inizio della crisi), come saltava agli occhi all’incontro della Coldiretti. Giovani che seguono le orme dei genitori, come Ilenia Benetti, che a 19 anni sta finendo il liceo scientifico ma già affianca i genitori nell’azienda di famiglia, nel Vicentino, o come Carlo Maria Recchia, 20 anni, cremonese, che dopo la maturità in agraria ha “fatto il salto”, avviando un’azienda che produce mais “corvino”, una varietà antichissima e dimenticata, che ha scoperto durante i suoi studi. Per loro lo scoglio più grande è spesso l’eccesso di burocrazia, difficile da comprendere e dai tempi lunghissimi: «Ci ho messo sette anni per concretizzare un’idea che avevo da sempre nella mia testa – racconta Stefania Bronzina, 40enne titolare di un’azienda agricola vicino alla Spezia -. Ho pensato spesso di mollare, ma alla fine ce l’ho fatta e oggi l’azienda è cresciuta con un laboratorio per trasformare i prodotti e un agriturismo».

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