Imprese digitali, stop alla web tax

Imprese digitali, stop alla web tax

Il Sole 24 Ore – 29 maggio 2014

No all a web tax per le imprese digitali, che dovrebbero invece essere soggette alle regole generali e trattate esattamente come le altre imprese.Questo quanto emerge nel report diffuso ieri dal gruppo di esperti della Commissione europea incaricati di studiare la tassazione delle imprese digitali.

Francesca Milano – Benedetto Santacroce

No all a web tax per le imprese digitali, che dovrebbero invece essere soggette alle regole generali e trattate esattamente come le altre imprese. Nel report diffuso ieri dal gruppo di esperti della Commissione europea incaricati di studiare la tassazione delle imprese digitali emerge una sostanziale bocciatura della web tax. Il report sulla «Digital economy» evidenzia un link forte con il lavoro che l’Ocse sta portando avanti nell’ambito del progetto Beps (Base erosion profit shifting) per contrastare le pratiche abusive in ambito internazionale, che dovrebbe portare a nuovi accordi entro la fine del 2015. Come si legge nella premessa del dossier, le peculiarità della «Digital economy» comportano, infatti, un necessitato adattamento delle regole in materia di prezzi di trasferimento, oltre che in materia di stabile organizzazione, come normalmente intese in ambito internazionale. Con riguardo al primo aspetto, viene richiamata la necessaria rivisitazione dei metodi utilizzati nelle imprese multinazionali per distribuire in maniera adeguata tra le varie imprese del gruppo il reddito prodotto, secondo il profilo di rischio e le funzioni svolte. Tali aspetti andranno attentamente valutati tenuto conto delle peculiarità della digital economy.
Quanto alla stabile organizzazione, il gruppo di esperti della Commissione ritiene che le tematiche da approfondire siano fondamentalmente due, in linea con quanto riportato nell’Action 7 dell’Ocse: i “commissionarie arrangements” e la frammentazione di attività diverse, al fine di sfruttare “artificiosamente” l’esclusione prevista per le attività “ausiliarie” o “preparatorie”. Nel caso della digital economy, in effetti, soprattutto questa seconda tematica riveste una particolare rilevanza, non essendo chiaro il confine di attività composite che, se combinate tra loro, possono superare la “soglia” di tolleranza consentita in ambito internazionale e dare, quindi, luogo a una stabile organizzazione, con tutto quello che ne consegue in termini di tassazione per l’azienda multinazionale attiva nel commercio elettronico. Si tratta, con tutta evidenza, di problematiche di estrema attualità, considerata anche la eco data negli ultimi tempi ad accertamenti (non solo dell’amministrazione fiscale italiana) per contestazioni elevate in tale ambito, per cui il lavoro congiunto dell’Ocse e della Commissione Ue non può che essere salutato con favore, per dare certezza agli stessi contribuenti sulle policy ritenute più conformi agli standard internazionali. La conclusione del gruppo di tecnici piace anche al presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia: «Mi pare una buona notizia, visto che il Parlamento italiano da oltre un anno sta portando avanti una battaglia proprio in questa direzione». Secondo Boccia la web tax «altro non è che il tentativo di far rispettare anche alle imprese che operano online e fanno profitti nel nostro Paese un regime fiscale ordinario cui sottostanno tutte le altre aziende che attive in Italia».

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