Nel 2014 l’export oltre i livelli pre-crisi

Nel 2014 l’export oltre i livelli pre-crisi

Il Sole 24 Ore – 11 giugno 2014

ll terreno perduto negli ultimi sei anni dall’industria italiana del tessile-moda in termini di fatturato, consumi interni e addetti non è del tutto recuperato. Ma nel 2014 il fatturato del tessile-abbigliamento crescerà del 3,6%. Il ritorno in Italia delle imprese che avevano delocalizzato può essere un’opportunità di sviluppo per l’intera filiera.

Giulia Crivelli

ll terreno perduto negli ultimi sei anni dall’industria italiana del tessile-moda in termini di fatturato, consumi interni e addetti non è del tutto recuperato. Ma nel 2014 – stando alle previsioni di Sistema moda Italia – l’export supererà i livelli pre-crisi. Ed è un’ottima ragione per guardare al futuro della filiera con cauto ottimismo, ha sottolineato Claudio Marenzi, presidente di Smi, aprendo l’assemblea che si è tenuta ieri a Milano, nell’insolita location di Villa Necchi Campiglio. Una filiera intesa in senso sempre più ampio, che non si limita a considerare le imprese del tessile-abbigliamento, bensì tutte le eccellenze del made in Italy legate alla moda e al lusso. Per la prima volta infatti all’assemblea di Smi sono stati invitati il presidente di Anfao (occhiali) e Fiamp (accessori moda) Cirillo Marcolin, Mario Boselli, presidente della Camera della moda, e Andrea Illy, presidente di Fondazione Altagamma. Significativa inoltre la partecipazione di Licia Mattioli, da pochi mesi presidente del comitato tecnico per l’internazionalizzazione di Confindustria, oltre che numero uno del Club degli orafi. Ma veniamo ai numeri: grazie al modello previsionale messo a punto da Smi con l’Università Carlo Cattaneo-Liuc di Castellanza, per il 2014 si prevede un fatturato di 52,557 miliardi, in crescita del 3,6% rispetto al 2013 (si veda l’infografica in pagina). Per la prima volta le esportazioni e il saldo commerciale supereranno i livelli del 2008, quando il crac di Lehman Brothers innescò la crisi economico-finanziaria più grave del dopoguerra. L’export nel 2014 sfiorerà i 29 miliardi (erano 27,6 nel 2008), pari al 55,1% del fatturato complessivo e in crescita del 5,6% rispetto al 2013. Ancora maggiore l’aumento del saldo commerciale, previsto a 10,5 miliardi ( 9,9%). A rendere ancora più solida la ripresa del fatturato è la sua omogeneità: la parte a monte (tessile) dovrebbe crescere del 3,1%, quella a valle (abbigliamento) del 4,2%. «Siamo l’unico Paese al mondo ad avere ancora una filiera integra e di altissima qualità, anche se a volte credo che i francesi ne abbiano capito meglio di noi il valore – ha sottolineato Marenzi nel suo intervento-.In Francia non esiste più una filiera del tessile-abbigliamento da almeno 20 anni e non esiste neppure un sistema moda fatto, come in Italia, da decine di migliaia di aziende piccole e medie. In Francia la situazione è quella di un duopolio: ci sono due colossi, Lvmh e Kering, e un battitore libero, per così dire, Hermès. Noi invece abbiamo una decina di aziende e di marchi da oltre un miliardo di euro di fatturato e un’infinità di Pmi e di brand comunque conosciuti a livello globale, anche se non hanno dietro di sé un grande gruppo. Dobbiamo difendere questo patrimonio, superando eventuali divisioni interne all’associazione e facendo sentire la nostra voce al Governo italiano e a Bruxelles». Il tessile-abbigliamento, con le sue 48mila aziende, dà lavoro, direttamente, a oltre 400mila persone: le previsioni di Smi indicano per il 2.314 una stabilità di fondo dell’occupazione (gli addetti scenderanno dello 0,2% a 411.500).Dopo un anno alla guida dell’associazione, Marenzi ha le idee molto chiare sulle priorità perle quali chiede il pieno appoggio dei soci. «Siamo l’unica associazione di categoria a essere riconosciuta, a livello internazionale, come rappresentativa di un intero settore industriale e abbiamo un ruolo guida all’interno di Euratex, l’Associazione europea delle imprese del tessile-abbigliamento – ha detto Marenzi in assemblea-. I documenti che mettiamo a punto e le analisi che facciamo a volte riescono persino a influenzare le scelte dei rigidi legislatori europei. Speriamo ad esempio che si faccia marcia indietro sull’azzeramento dei dazi sull’import dal Pakistan, introdotti dopo le alluvioni che avevano devastato il Paese, presentati come un aiuto economico. Ma questa misura fa male alle imprese tessili europee e vogliamo scongiurare che venga applicata anche al Vietnam». Per Marenzi l’obiettivo dichiarato da Bruxelles di portare, entro il 2020, il peso del manifatturiero europeo sul Pil complessivo dall’attuale 13-4% al 20% «non potrà mai essere raggiunto senza il contributo del tessile-abbigliamento di Paesi come l’Italia». Al Governo, rappresentato ieri all’assemblea di Smi dal viceministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, Claudio Marenzi non chiede trattamenti di favore, ma vede ad esempio nel “reshoring” – di cui si parlerà anche oggi al 6 Luxury Summit in programma nella sede del Sole 24 Ore di Milano – un’opportunità per misure a costo zero per le imprese che vogliono riportare in Italia la produzione. «In questo momento i Paesi più attivi nel reshoring sono gli Stati Uniti e il Giappone perché i rispettivi Governi stanno facendo ponti d’oro alle aziende che avevano delocalizzato – ha sottolineato Marenzi -. Guarda caso, Washington e Tokyo sono anche i Governi che hanno svalutato maggiormente le rispettive monete e questo ci porta direttamente a Bruxelles e alla Bce: l’attuale supereuro è insostenibile». Il presidente di Smi azzarda infine una stima sui danni della moneta unica così forte: «Oggi il nostro export è al 55%, Potrebbe arrivare al 70% se non avessimo questa insopportabile zavorra».

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