Frenati dalle imprese-bonsai

Frenati dalle imprese-bonsai

Il Sole 24 Ore – 9 ottobre 2014

Come la Germania, anzi persino meglio. Se il sistema produttivo italiano avesse imprese di dimensioni comparabili a quelle di Berlino il gap di produttività, oggi pari a 20 punti, verrebbe interamente colmato.

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Luca Orlando

Come la Germania, anzi persino meglio. Se il sistema produttivo italiano avesse imprese di dimensioni comparabili a quelle di Berlino il gap di produttività, oggi pari a 20 punti, verrebbe interamente colmato. L’analisi di Nomisma, “Efficienza e Specializzazione”, mette il dito nella piaga della struttura industriale italiana, un universo caratterizzato per il 95,1% da imprese con meno di dieci addetti. Ed è proprio qui, piuttosto che nella diversa specializzazione settoriale, che si annida l’ostacolo principale nel raggiungere la stessa produttività di Berlino. Scomponendo il valore aggiunto per classi dimensionali a parità di potere d’acquisto – dimostra lo studio realizzato dal capo economista dell’istituto Sergio De Nardis – nella categoria delle medie imprese (20-249 addetti) l’Italia è addirittura davanti alla Germania. Ad impiombare le nostre medie, che ci vedono a 20 punti di distanza da Berlino, è però l’ampia categoria delle micro imprese, i cui livelli di produttività sono drammaticamente ridotti. Problema non facile da risolvere, considerando che il peso relativo delle aziende “bonsai” è molto più alto nel nostro Paese rispetto a quanto accade in Germania. Se per incanto potessimo duplicare ciò che accade a Berlino, lo spostamento italiano verso le specializzazioni produttive presenti in Germania non avrebbe effetti altrettanto ampi, riducendo il gap di produttività di appena cinque punti. Risultati migliori si avrebbero se ciascuna classe dimensionale italiana raggiungesse gli stessi livelli di produttività tedeschi, ma anche in questo caso il divario nel valore aggiunto resterebbe ampio, nell’ordine del 10%. Solo in un caso, se cioè la distribuzione degli occupati per classi dimensionali fosse identica tra Roma e Berlino, i livelli di produttività diverrebbero analoghi, addirittura con un lieve vantaggio a nostro favore. Il nodo non è dunque, per l’Italia, la specializzazione produttiva, l’aver puntato su settori tradizionali trascurando o quasi l’alta tecnologia. Nell’analisi di Nomisma si tratta infatti di un risultato “darwininano”, frutto dell’esposizione agli effetti selettivi della competizione globale. Un esito in un certo senso “sano”, anche se – osserviamo – l’esistenza di ammortizzatori a tutela dei posti di lavoro e non dei lavoratori tende in Italia a sostenere e mantenere invita anche realtà e settori non più competitivi. La logica dei dati sul fronte dimensionale resta però inoppugnabile e offre indicazioni nette sulle priorità di politica industriale. Ogni azione tesa all’accorpamento di aziende, alla crescita per linee esterne, alla facilitazione di fusioni e acquisizioni innalza in modo tangibile la produttività del nostro paese. Del resto, anche analizzando i dati Istat le conclusioni sono analoghe. Se prendiamo il valore aggiunto per addetto si osservano valori crescenti all’aumentare della “stazza”: da 29mila euro pro-capite nelle realtà fino a 9 dipendenti agli oltre 90mila per i big con personale che supera le 250 unità. Analogo trend per la quota di export in rapporto ai ricavi: un “magro” 8,5% nelle aziende minori, un più robusto 38,4% all’estremo opposto delle classi dimensionali.

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