Tutela della proprietà: Italia fuori dai big

Tutela della proprietà: Italia fuori dai big

Corriere della Sera – 28 ottobre 2014

La sintesi dello stato dell’arte del nostro Paese nell’annuale pubblicazione dell’International Property Rights Index 2014 (l’indice internazionale sui diritti di proprietà). Lo studio misura come viene tutelata la proprietà in 97 Paesi che rappresentano complessivamente più del 98% del Prodotto interno lordo mondiale ed il 93% della popolazione. Finlandia e Svezia sono in testa alla classifica dei Paesi che meglio tutelano la proprietà.

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Massimo Sideri

«Un passo avanti. E due indietro». A fare la sintesi dello stato dell’arte del nostro Paese nell’annuale pubblicazione dell’International Property Rights Index 2014 (l’indice internazionale sui diritti di proprietà) — che verrà annunciato oggi stesso a Washington e che il Corriere ha potuto leggere in esclusiva — sono gli economisti di Competere.eu, il think thank liberale che ha curato lo studio per l’Italia. In effetti rispetto ai risultati del report sul 2012 siamo passati nel 2013 dal 47esimo al 40esimo posto. Ed ecco il passo avanti. Ma solo perché alcuni Paesi sono stati considerati poco attendibili nelle classifiche e, dunque, esclusi. Ed ecco i due passi indietro. Lo studio realizzato dalla Property Rights Alliance, misura come viene tutelata la proprietà in 97 Paesi che rappresentano complessivamente più del 98% del Prodotto interno lordo mondiale ed il 93% della popolazione. Per proprietà si intende tutto, dal tangibile all’intangibile. «In Paesi come l’India, dove le donne spesso non possono ancora acquistare una casa, l’indice viene influenzato dalla proprietà fisica, in Italia, evidentemente, il nodo è più la proprietà intellettuale». L’indicatore, oltre a questi due fattori, misura anche l’ambiente politico e giuridico. Ma al di là della posizione relativa nella classifica — che, comunque, non fa mai piacere — è importante comprendere quali siano le cause ma anche gli effetti della difesa della proprietà. «L’indice — ragiona il presidente di Competere.eu Pietro Paganini — è uno strumento importante per governi e policy maker perché dimostra la relazione che esiste tra tutela della proprietà, innovazione e crescita economica. I Paesi che crescono di più sono, infatti, primi in innovazione e guidano la classifica dell’Ipri. Se quindi vogliamo tornare a crescere dobbiamo intervenire in maniera più determinata per favorire e tutelare brevetti e marchi della nostra industria». Tutto torna, in effetti. La nuova edizione 2014 contiene uno studio sul caso specifico italiano elaborato dai rappresentanti dei due think tank italiani partner della Property Rights Alliance: oltre a Paganini c’è il senior fellow dell’Istituto Bruno Leoni (altro think thank che però possiamo definire più «turboliberista») Cesare Galli. L’Italia vede interi settori, come quelli dell’agroalimentare, del design e della moda, preda della contraffazione internazionale e sono questi gli ingredienti della nostra posizione relativa che ci vede a pari merito con Giordania e Costa Rica con il punteggio di 6,0, inferiore di solo 0,1 punti rispetto al risultato ottenuto lo scorso anno. L’Italia resta dunque a venti posizioni di distanza sugli altri Paesi del G7 e ancor più staccata dai Paesi che guidano la classifica quali Finlandia e Svezia. «Le piccole e medie aziende sono il cuore dell’economia italiana — continua Paganini — e ogni giorno mettono sul mercato prodotti unici di grande qualità, apprezzati in tutto il mondo. E’il Made in Italy. Ma le imprese, grandi e piccole che siano così come le Università, continuano a non concentrarsi sufficientemente tutela delle proprie invenzioni. Purtroppo anche il sistema regolamentare resta debole. Le Autorità di regolamentazione si sono impegnate per ridurre la contraffazione e la pirateria online, insieme all’adozione di un insieme di prassi normative volte a favorire l’innovazione.Resta tuttavia ancora molto da fare, rispetto, per esempio, al Patent Unitary System introdotto dalla Ue per ridurre i costi di registrazione e facilitare l’innovazione».

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