Le micro imprese italiane inseguono le sorelle europee nella corsa dell’economia 2.0

Le micro imprese italiane inseguono le sorelle europee nella corsa dell’economia 2.0

Repubblica Affari & Finanza – 10 novembre 2014

Il tessuto della penisola è segnato da una grande quantità di piccole ditte mediamente più ricche delle pari grado di altri paesi ma maggiomente arretrate. Nessun altro posto ha una quota di Pmi online minore di quella che possiede lo stivale.

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Stefano Carli

E’ la fine dell’economia dei campanili. E non è una cattiva notizia perché l’unica possibilità per l’economia italiana di imboccare stabilmente la via della ripresa economica è tutta nella capacità delle nostre piccole e medie imprese di abbandonare in via definitiva mercati di riferimento che hanno finora, o fino a pochissimi anni fa, coinciso con i loro bacini territoriali. L’economia 2.0 non lascia infatti margini: il mercato è il mondo. E il mondo si raggiunge con Internet, conl’e-commerce, con social media. Chi non riuscirà a salire di corsa su questo treno mette a rischio il proprio futuro. E non stiamo parlando delle microimprese, ma di imprese comunque strutturate, con almeno una decina di dipendenti ma in media di più e con fatturati che superano la manciata di milioni. E’ un universo molto complicato da definire. Secondo Unioncamere, che ha rielaborato i dati di Eurostat, l’universo delle Pmi italiane è un esercito di 3 milioni e 694 mila imprese. Al computo totale mancano solo le 3.200 imprese classificabile come «grandi», ossia oltre i 250 dipendenti. Ma anche così la realtà delle Pmi è poco comprensibile. E’ opportuno distinguere dentro quella cifratra le medie imprese, da 50 a 250 dipendenti, che sono lo 0,5%, ossia circa 20 mila realtà imprenditoriali, dalle piccole propriamente dette, che valgono il 5% del totale, ossia poco oltre le 183 mila unità, dalle microimprese, che sono la stragrande maggioranza: 3 milioni e mezzo circa di soggetti imprenditoriali, pari al 94.4% del totale, al 46,1% degli addetti e al 29,8% del valore aggiunto. Sono numeri distantissimi tra di loro e quindi destinati a rendere difficilmente leggibili le statistiche che cercano di fotografame le caratteristiche, i fattori costitutivi, gli obiettivi, le risorse e l’efficienza. Per esempio, quando si parla di propensione all’export, la media generale, stimata da Unioncamere, parla di un misero 4%. Ma questo dato è a sua volta una media ponderata tra la percentuale di export delle 20 mila «medie», che è vicina al 90% e spesso oltre, a seconda dei comparti, e il corpaccione dei 3,5 milioni di micro, che hanno probabilmente quote infinitesime. Una fotografia più precisa l’ha scattata la compagnia assicurativa Zurich che, per ovvie ragioni di voler comprendere il tipo di mercato business a cui deve commisurare la sua offerta di prodotti assicurativi, ha affidato ad Eurisko il compito di creare un campione ponderato di Pmi italiane da interrogare per capirne stato di salute e obiettivi, strategie e progetti. Presentata nelle scorse settimane, la Ricerca Pmi Zurich 2014 ha selezionato per l’Italia un campione di 200 imprese che ha poi messo a confronto con le 200 imprese selezionate in altri 19 Paesi. E la composizione del campione è già un prima fotografia sull’Italia. Eurisko ha stimato che dal punto di vista dell’organizzazione in Italia le domande dovessero venir poste per il 75% al proprietario o al ceo, ed è la quota più alta: segno di una struttura mediamente poco articolata (in Spagna proprietari/ceo pesano solo il 50%, in Gran Bretagna il 44%). Dal punto di vista dimensionale la fetta più grossa del campione italiano è costituito da imprese con meno di 10 dipendenti: 43%, solo Austria, Australia, Portogallo, Sud Africa e Marocco ne hanno di più. Ma secondo gli analisti di Eurisko per formare un campione corretto di imprese italiane da intervistare bisogna inserirne un 14,5% senza dipendenti, e non c’è nessun altro paese che ne abbia altrettante. Solo il campione spagnolo arriva al 14%. In compenso, il 42% di questo campione italiano dichiara fatturati di meno di 2 milioni di euro, rispetto al 51,5% della Spagna, mentre il nostro valore è più prossimo al 39% di Germania e Gran Bretagna. Insomma le nostre piccole e piccolissime imprese sono mediamente più ricche delle pari grado degli altri paesi. Un vantaggio, ma un vantaggio che va difeso, perché la nostra arretratezza tecnologica rischia di farci via via arretrare. E l’arretratezza tecnologica, significa che non si vuole guardare ai mezzi per espandersi e crescere ma esclusivamente alle strategie difensive e conservative. Si cerca insomma di salvare il salvabile. E’ per questo che solo il 22,5% del campione italiano vede tra le principali opportunità di questa fase la ricerca e la conquista di «nuovi segmenti di clientela». E siamo ovviamente la quota più bassa rispetto alla media europea del 28,2%. Ancora l’attenzione maggiore è nel mettere a punto strategie di tagli di costi. Siamo sotto la media, a volte pesantemente, nella «diversificazione di prodotti e servizi (14% noi, contro la media Ue di 18,5%), nei «nuovi canali commerciali»,come il Web (13% a 18%); nel «miglioramento dei dipendenti» (8% a 16,2%); nell’adozione di «nuove tecnologie» (10% a 13%); nella ricerca di «espansione in mercati esteri» (10,5% a 12,1%). Speriamo invece più degli altri (21% verso una media Ue del 14%) in «variazioni di normative e leggi e in «migliori condizioni di credito» (23% noi contro il 13,8% europeo). A tirare le somme, siamo in una situazione di forte ritardo ma questo ha anche in sé delle potenzialità. Se aggiungiamo infatti a questi dati quelli relativi alla presenza online delle Pmi italiane si può ipotizzare che siamo ormai al grado zero e che da qui non si può far altro che salire. Siamo infatti in fondo all’Europa per quanto riguarda il Web. Nessun paese ha una quota di Pmi online minore della nostra, nemmeno la Grecia. Figurarsi la Spagna che ne ha praticamente il doppio: e infatti il suo Pil cresce. Insomma, sul Web non siamo proprio nemmeno partiti. Per fortuna è il mercato stesso che ora si è accorto di questo gap e si sta muovendo. Si moltiplicano le piattaforme e le iniziative per portare le Pmi online: da quella di Google-Unioncamere avviata lunedl scorso a quella di Zegna per i piccoli marchi del sistema moda e lusso, per non parlare dei sistemi di incentivi statali, come i 2 miliardi appena varati dal ministero delle Risorse agricole per il sistema dell’agroindustria. La macchina si è messa in moto. I risultati arriveranno presto.

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