Il Nord Est salvato dai signori stranieri

Il Nord Est salvato dai signori stranieri

Il Fatto Quotidiano – 24 novembre 2014

Piccole storie in controtendenza dal mondo delle imprese venete. La globalizzazione ha messo tutti in concorrenza, la finanza è agli ordini della Borsa, gli azionisti pretendono dividendi in qualunque titolo abbiano investito e tutto è quotato: dalle società di servizi alle derrate alimentari. Dall’altro lato di questo tiro alla fune, gli imprenditori si difendono tagliando i costi, licenziando, ristrutturando, trasferendo. O chiudendo per sempre.

Renzo Mazzaro

Piccole storie in controtendenza dal mondo delle imprese venete. La globalizzazione ha messo tutti in concorrenza, la finanza è agli ordini della Borsa, gli azionisti pretendono dividendi in qualunque titolo abbiano investito e tutto è quotato: dalle società di servizi alle derrate alimentari. Dall’altro lato di questo tiro alla fune, gli imprenditori si difendono tagliando i costi, licenziando, ristrutturando, trasferendo. O chiudendo per sempre.
Era scritto così anche nel destino della Lofra, storico marchio di un’azienda padovana, nata nel 1956 a Treponti di Teolo per iniziativa dei fratelli Lovato (il nome deriva dalle sillabe iniziali delle due parole). La Lofra fabbricava cucine di alta gamma. Piccola azienda con grandi ambizioni. Il successo è esploso negli anni Settanta e cresciuto fino agli anni Novanta. L’azienda è arrivata ad avere 127 dipendenti, sponsorizzava il rugby, i garisti di pesca sportiva della Patavium. Poi la curva decrescente, la crisi del mercato, la ristrutturazione nel tentativo di evitare il fallimento. Tutto inutile: nel 2008 l’impresa sospende la produzione e porta i libri in tribunale. Comincia la solita dura trafila, raccontata quotidianamente dal Mattino di Padova: i dipendenti in cassa integrazione, le azioni di lotta per impedire la chiusura della fabbrica, la mediazione degli enti locali, l’intervento di qualche imprenditore interessato a rilevare il marchio con un concordato preventivo. Si fa avanti un’azienda slovena ma la trattativa fallisce. Ne subentra una emiliana ma fa la stessa fine. Ultima risorsa, si presenta il gruppo iraniano PolySteel, che opera nello stesso settore della Lofra. Operai e sindacati diffidano perché pensano che all’acquisizione del marchio — la Lofra in Medio Oriente è considerata la Ferrari delle cucine — seguirebbe il trasferimento della produzione all’estero.
La trattativa è lunga, collaborano in tanti, dal sindaco all’assessore provinciale (a dimostrazione che talvolta le Province servivano). Seyed Mohammad Reza Salehi, 52 anni, di Teheran, titolare di PolySteel, vince la diffidenza mettendo sul tavolo 8 milioni di euro d’investimento e la riassunzione per 72 dipendenti. I nostri promettono un finanziamento della finanziaria regionale Veneto Sviluppo, che a tutt’oggi non si è ancora visto. Chi anticipa i quattrini invece è una banca locale, la Bcc dei Colli Euganei. A maggio dei 2010 la Lofra riparte con 20 cucine al giorno, sei mesi dopo è già a 150. Il 90% viene esportato nei Paesi del Golfo, in Egitto, Israele, Germania, Brasile, Australia, Stati Uniti. Reza Salehi ha ricostituito anche la rete commerciale italiana, con le vendite che solo nel 2014 sono cresciute del 20%. In quattro anni l’iraniano accolto con diffidenza ha riportato la Lofra ad essere leader mondiale nella fabbricazione di cucine. Un prodotto rigorosamente made in Italy, pensato e realizzato secondo i gusti e le preferenze dei paesi di destinazione. Sono made in Italy pure le parti di ricambio, anche se sarebbe più conveniente farle produrre in Cina. L’imprenditore iraniano punta sulla qualità italiana. I dipendenti lo chiamano «padre-padrone», perché passa molto tempo con loro sulle linee di montaggio. L’ultimo colpo Reza Salehi l’ha fatto acquistando in un comune vicino uno stabilimento abbandonato da una multinazionale americana che ha delocalizzato nella Repubblica Ceca e lasciato a casa 200 persone. Reza Salehi ne ha riassunte 20 e ha trasferito l’azienda negli spazi più capienti della ex Carrier. Oggi la Lofra è a quota 90 dipendenti e 150 modelli diversi di cucine e piani di cottura, ma punta ad arrivare a 400 dipendenti con un piano industriale che l’imprenditore si augura stimoli l’interesse della finanza. Reza Salehi passa molto tempo in Italia, ama la cucina italiana, è affascinato dalla moda. Un meccanismo attrattivo analogo, anche se con effetti diversi, ha portato l’ex magnate francese delle tv Michel Thoulouze a stabilirsi a Sant’Erasmo, un’isola della laguna veneta di tre chilometri quadrati, con 700 abitanti che coltivano le uniche verdure delle isole, in particolare i carciofi, con le famose primizie che i veneziani chiamano «castraùre». Thouluze era presidente e amministratore delegato in Italia di Tele+ , progenitrice di Sky e di tutti i canali satellitari, ha creato oltre 60 televisioni in tutto il mondo, da Canal Plus a Planet, da Canal Jimmy a Ciné Cinema. Poteva scegliersi qualunque posto dove abitare invece oggi viaggia con un’Ape scassata, come tutti a sant’Erasmo e si fa venire i calli alle mani facendo il contadino, circondato dal silenzio della laguna, magari con la goccia al naso data la stagione. Un contrappasso fenomenale, dopo una vita nel chiasso televisivo, al quale Stefano Lorenzetto ha dedicato una delle più lunghe interviste nella sua serie di ritratti (intervista n. 574). Michel Thouluze è solo il più noto dei nuovi coloni delle campagne venete. C’è un movimento in crescita di stranieri, che prendono possesso di aziende, rilevano cascine, aprono partite Iva come agricoltori. Stando alle cifre della Coldiretti, che a sua volta pesca da Infocamere, sono presenti nel Veneto 1.235 nuovi imprenditori agricoli di nazionalità non italiana. Ad investire nelle campagne del Veneto (terza regione dopo la Toscana e la Sicilia) sono in maggioranza gli svizzeri (22%), seguiti da francesi, tedeschi, marocchini, australiani, venezuelani. Più della metà di questi nuovi coloni hanno meno di cinquant’anni, il 42% sono imprenditrici. La campagna veronese risulta la preferita, ma anche la fascia pedemontana trevigiana ha un forte appeal. Gli agricoltori “foresti” coltivano mais e cereali, ortaggi, frutta. Fanno anche i vignaioli e puntano soprattutto sul biologico. Venezia con le sue isole attrae soprattutto i vip e si può capire perché: la famiglia Swarovski, dell’omonima casa austriaca dei cristalli gioiello, si è comprata l’intera isola di Santa Cristina, dove con i vigneti di Merlot e Cabernet produce il vino rosso “Ammiana”. Anche Thoulouze ha puntato sul vino: l’ha chiamato “Orto”, è un bianco ottenuto con 60% Malvasia Istriano, 30% Vermentino e 10% Fiano. Ne produce 18.000 bottiglie che naturalmente vende in tutto il mondo. Vip si resta, anche girando con un’Ape scassata.

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