Neoimprenditori poco «ambiziosi»

Neoimprenditori poco «ambiziosi»

Il Sole 24 Ore – 19 gennaio 2015

Voglia e capacità di indossare i panni del capitano d’azienda calano sempre più. Così il barometro dell’attività imprenditoriale volge al brutto nei Paesi sviluppati, con l’Italia che si colloca all’ultimo posto nella classifica che misura il «Tasso di nuova imprenditorialità»: solo tre neo imprenditori ogni 100 adulti rispetto al 3,4% del 2013 e al 4,60% del 2008. A guidare la classifica mondiale è l’Uganda, che raggiunge il record del 33%. La fotografia è stata scattata dallo studio «Leveraging entrepreneurial ambition and innovation» realizzato dal World Economic Forum e dal Global Entrepreneurship Monitor per approfondire i rapporti tra imprenditorialità, innovazione e ambizione (la volontà dei neoimprenditori di creare almeno venti nuovi posti di lavoro nel primo quinquennio) in 44 Paesi.
neoimprenditori

Enrico Netti

Voglia e capacità di indossare i panni del capitano d’azienda calano sempre più. Così il barometro dell’attività imprenditoriale volge al brutto nei Paesi sviluppati, con l’Italia che si colloca all’ultimo posto nella classifica che misura il «Tasso di nuova imprenditorialità»: solo tre neo imprenditori ogni 100 adulti rispetto al 3,4% del 2013 e al 4,60% del 2008. Non consola certo scoprire che in una situazione simile si trovano nazioni come il Giappone (nonostante le misure straordinarie del premier Shinzo Abe fatica a ripartire),la Danimarca, Il Belgio, la Francia, la stessa Germania. Tutte in fondo alla classifica, distanziate tra loro da poche frazioni di punto. Segno di quanto sia faticoso creare una nuova attività nei Paesi più industrializzati e far poi raggiungere alla start-up il giro di boa dei 42mesi di “vita”, un lasso di tempo che convenzionalmente scandisce ií ciclo più critico. Ben diverso Il clima nei Paesi emergenti o dove le economie sono in recupero: qui lo slancio nel creare nuove imprese è ancora vigoroso e come un virus contagia il 20-30% della popolazione. Un fenomeno coinvolgente e trasversale. A guidare la classifica mondiale è l’Uganda, che raggiunge il record del 33%, e nella parte alta della classifica si piazzano molte nazioni del Sudamerica oltre all’immancabile Cina La fotografia è stata scattata dallo studio «Leveraging entrepreneurial ambition and innovation» realizzato dal World Economic Forum e dal GlobalEntrepreneurship Monitor per approfondire i rapporti tra imprenditorialità, innovazione e ambizione (la volontà dei neoimprenditori di creare almeno venti nuovi posti di lavoro nel primo quinquennio) in 44 Paesi. Sono state considerate le nuove aziende, con un’età massima di tre anni e mezzo dalla creazione, e la quota di nuovi imprenditori in rapporto alla popolazione tra i 18 e i 65anni. Particolarmente critica è la situzione nelle economie avanzate: non solo sono meno fertili, ma perdono terreno anche nell’innovazione e nell’ambizione. In altre parole, viene ipotecato l’impatto positivo e il contributo che si può dare all’economia, una situazione che accomuna molti Paesi della Ue. L’Italia, poi, segna nelle tre aree le performance peggiori tra i Paesi del continente. Pochi neoimprenditori per di più, parlando in termini generali, meno ambiziosi e innovativi rispetto ai colleghi europei «Secondo la ricerca Gem, l’Italia non figura bene nella classifica del fermento imprenditoriale – segnala Moreno Muffatto, team leader Global Entrepreneurship Monitor Italia-. Questo deve far riflettere profondamente i nostri policy makers per introdurre dei pacchetti di misure che consentano al Paese di tornare ad avere buone prospettive di crescita e sviluppo». Sistema giudiziario, credit crunch, pressione fiscale e burocrazia sono il cocktail con cui si misurano le imprese italiane, una situazione ingessata da lustri. «E meglio però aumentare il numero delle imprese – commenta Giovanni Valentini, docente del dipartimento di Management e tecnologia della Bocconi – perché la crescita passa per la creazione di nuove attività, ma anche attraverso lo sviluppo di quelle esistenti». Hanno ben altre prospettive i capitani d’azienda nei Paesi emergenti molto spesso la loro è un’imprenditorialità di prima necessità per la carenza di imprese manifatturiere in grado di creare nuova occupazione. Quindi il gettare le basi di un’attività altro non è che la necessità di migliorare le condizioni della famiglia. Credono comunque al loro progetto e puntano in alto, perché aspirano ad assumere almeno 20 persone nell’arco dei primi cinque anni. In questa situazione si trova circa Il 10% dei fondatori dell’azienda in un ventaglio di Paesi che spazia dall’Argentina all’Uruguay, dal Cile alla Romania e alla Russia Per trovare gli italiani bisogna cercare nella parte bassa della classifica: solo il 5% coltiva quell’obiettivo. Per quanto poi riguarda la capacità di fare innovazione, il pensare un nuovo prodotto o servizio su cui punta la startup, questa è un’attività in cui si cimenta un italiano su quattro:meno della media di altri Paesi della Ue. In Italia la scarsa vocazione nel fare impresa si giustifica con i ben noti mali del sistema paese. «C’è anche poca fiducia sulle proprie capacità oltre alla paura di fallire, portando il peso di questa pesante etichetta – aggiunge Valentini -. Negli Stati Uniti, invece, quello è un rischio come altri che fa parte della normale attività imprenditoriale». Probabilmente è per questo motivo che gli Usa hanno la più alta percentuale (11%) di iniziative tra le economie avanzate, con Ceo molto ambiziosi e tra i più innova-tivi.«L’Italia è indietro anni luce rispetto agli Stati Uniti – incalza Roberto Giovannini, partner Kpmg responsabile del consumer e industrial market-. Negli Stati Uniti sono state compiute delle scelte per rimettere la manifattura al centro degli investimenti, creando le condizioni e un ecosistema favorevole». Un modello che inoltre favorisce Il reshoring di molte produzioni.
Quale può essere la ricetta per uscire dalla crisi per l’Italia? «Il Goverro e il sistema pubblico- è la risposta di Giovannini – devono essere al servizio delle aziende, il mondo finanziario deve sostenere quelle che puntano a nuovi traguardi e innovano, mentre le università e il mondo accademico si devono avvicinare di più a quello delle imprese».

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