Alle Pmi innovative gli aiuti «startup»

Alle Pmi innovative gli aiuti «startup»

Il Sole 24 Ore – 21 gennaio 2015

Il consiglio dei ministri istituisce la categoria delle Pmi innovative, che potranno accedere a buona parte delle semplificazioni e agevolazioni oggi riservate alle «startup» create da non più di quattro anni. Si estendono, in particolare, alcune norme del decreto crescita 2.0 del 2012: la riduzione degli oneri per l’avvio d’impresa, le forme alternative di remunerazione come stock option e work for equity, la possibilità di raccogliere capitali su portali online con il cosiddetto crowdfunding.

Carmine Fotina

Il decreto legge approvato dal consiglio dei ministri istituisce la categoria delle Pmi innovative, che potranno accedere a buona parte delle semplificazioni e agevolazioni oggi riservate alle «startup» create da non più di quattro anni. Si estendono, in particolare, alcune norme del decreto crescita 2.0 varato nel 2012: la riduzione degli oneri per l’avvio d’impresa, le forme alternative di remunerazione come stock option e work for equity, la possibilità di raccogliere capitali su portali online con il cosiddetto crowdfunding. L’estensione riguarda anche gli incentivi fiscali per le società e le persone fisiche che investono in startup innovative, ma in questo caso potranno beneficiare della misura solo le piccole e medie imprese costituite fino a sette anni dall’inizio dell’attività o dall’iscrizione alla sezione speciale del registro delle imprese. Resteranno invece appannaggio esclusivo delle startup le agevolazioni che il decreto crescita 2.0 aveva previsto in materia di lavoro.
I requisiti
Il decreto Investment compact delimita con chiarezza quali imprese possono rientrare nella categoria di Pmi innovative. Non devono essere imprese quotate, devono avere l’ultimo bilancio certificato e possedere almeno due di tre requisiti relativi alla capacità innovativa. Il primo si riferisce alle spese in ricerca e sviluppo, che devono essere almeno pari al 3% del maggiore importo tra costo e valore totale della produzione (escluse le spese per immobili). Il testo specifica che tra le spese di ricerca e sviluppo possono essere incluse anche quelle per lo sviluppo precompetitivo e competitivo, le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati, i costi lordi di personale interno e consulenti esterni; le spese legali per la registrazione e proiezione di proprietà intellettuale. Il secondo criterio è invece relativo alla forza lavoro (dipendenti o collaboratori) che, per almeno un quinto, deve essere espressa da personale altamente qualificato. L’ultimo requisito è invece la titolarità di almeno un brevetto o marchio relativi ai campi industriali o biotecnologico. Le aziende che presentano contemporaneamen-te almeno due di queste caratteristiche possono essere iscritte in una sezione speciale del registro delle imprese dopo la presentazione di una domanda in formato elettronico. Le misure saltate
Il pacchetto innovazione che era stato predisposto nelle settimane scorse perde però altri pezzi, come la norma “acchiappa talenti” che avrebbe dovuto favorire l’attrazione di capitale umano qualificato dall’estero. Un’occasione mancata proprio nel giorno in cui l’indice di competitività di Insead sui talenti colloca l’Italia solo al 36esimo posto su 93 Paesi. Rinviato a un successivo provvedimento, o alla conversione in legge di questo decreto, anche l’articolo che riguarda in modo più specifico le startup innovative (la platea sarebbe allargata alle imprese costituite da non più di cinque anni mentre il limite attuale è di 48 mesi). In extremis è uscito dal decreto anche il progetto dell’ “Industrial bond”, una speciale obbligazione che verrebbe emessa dalle reti di impresa per una serie di finalità inclusi progetti di innovazione industriale.

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