L’ecosistema informativo

L’ecosistema informativo

Adv – Strategie di Comunicazione – 22 giugno 2015

Gli utenti in genere – e gli operatori economici in particolare – hanno bisogno di dati che siano di di grande qualità: strutturati, certificati, tempestivamente aggiornati, e fruibili con strumenti avanzati e sicuri. Paolo Ghezzi attualmente Direttore Generale di Infocamere, braccio informatico del Sistema Camerale, responsabile della gestione e della valorizzazione del suo patrimonio informativo, a partire dal Registro Imprese risponde ad alcune domande di Andrea Granelli.

Andrea Granelli

Paolo Ghezzi è attualmente Direttore Generale di Infocamere, braccio informatico del Sistema Camerale, responsabile della gestione e della valorizzazione del suo patrimonio informativo, a partire dal Registro Imprese. Gli abbiamo fatto alcune domande:

La “moda” dei Big Data sembra trascurare le esigenze dei piccoli (PMI, artigiani, …) – vero motore dell’economia del nostro Paese: in che modo le PMI possono utilizzare efficace – mente i dati come leva competitiva?
Sembra un paradosso, ma sono proprio le piccole imprese che possono beneficiare maggiormente del valore dei dati, e delle informazioni in essi racchiuse. Molto spesso a queste imprese servono dati semplici e magari già disponibili, non analisi complesse o strumenti sofisticati; grazie a internet e alle tecnologie dell’informazione, questi dati sono effettivamente accessibili a costi molto contenuti, in tempi e modalità compatibili con le necessità tipiche dell’imprenditore. Perché ciò sia possibile anche in Italia, occorre superare due gap: uno di tipo culturale e uno di tipo comunicativo. Sul fronte culturale, occorre che le PMI acquistino consapevolezza non solo delle nuove fonti informative e del loro valore reale, ma anche dell’importanza dei dati operativi già a loro disposizione, e del loro ruolo nei processi decisionali. Sono convinto che la grande maggioranza delle piccole imprese preferirebbe, ad esempio, accettare l’overhead derivante dalla valutazione di (nuovi) dati, piuttosto che essere costretta a riorganizzare interamente la propria linea produttiva. Quel che più conta sono semplicità e chiarezza, sia in termini di linguaggio utilizzato sia di strumenti offerti. Come Sistema Camerale, ci siamo resi conto dell’importanza di soluzioni apparentemente semplici (per gli standard delle grandi aziende), ma che risultano sconosciute alle PMI italiane. Penso, per esempio, alla ricerca anagrafica offerta dal Registro Imprese: semplice, gratuita, e immediatamente utile per verificare l’esistenza di un’impresa e del suo indirizzo PEC. O al servizio di monitoraggio e notifica in tempo reale di variazioni (amministratori, indirizzo della sede legale, compagine societaria, certificazioni, …) su dati che riguardino imprese partner, fornitori, clienti o prospect. Sul fronte comunicativo serve invece un impegno informativo capillare, innanzitutto da parte delle Istituzioni, per dare visibilità alle opportunità legate ai dati che la PA mette già oggi a disposizione, diretta a tutti gli attori potenzialmente interessati (imprenditori, ricercatori, cittadini …).

Qual è (e quale può essere) il ruolo di Istituzioni e “corpi intermedi” nell’ecosistema del dato?
Le Istituzioni, generalmente, tendono a focalizzarsi o sull’accumulo/generazione di dati dotati di valore intrinseco, o sulla capacità di costruire rapporti stabili con cittadini e imprese. InfoCamere e il Sistema Camerale hanno potuto sviluppare nel tempo entrambi gli aspetti. Se da un lato, infatti, il RI rappresenta una fonte immensa di informazioni e dati certificati di grande valore, il sistema territoriale delle Camere di Commercio costituisce l’interfaccia naturale verso quelle imprese (soprattutto le più piccole), che hanno bisogno di supporto (anche solo formativo) per poter spiccare il volo nel mondo dell’informazione digitale.

Parlando di dati in ambito pubblico si tocca spesso il tema degli Open Data, presentati come “silver bullet” della trasparenza, ma talvolta all’origine di costi nascosti. Qual è il suo punto di vista?
Come spesso accade in Italia, il tema degli Open Data rischia di diventare una moda, un argomento oggetto di convegni e poco più. L’importanza del tema impone però un po’ di chiarezza. Se con Open Data intendiamo trasparenza amministrativa da parte della PA – pubblicazione online di incarichi, acquisti, bandi, spese e curricula – non posso che esserne un grande fautore: le Camere di Commercio credono molto in questo processo, e si sono dotate di una piattaforma dedicata che assicura in modo coerente e standardizzato la pubblicazione di tutti i contenuti previsti dalla norma in modo efficace, tempestivo e automatizzato. Se, viceversa, Open Data è inteso come sinonimo di totale deregulation nell’accesso a qualsiasi fonte dati, quale mezzo miracoloso per diffondere l’informazione e creare valore, sono molto più scettico. La nostra esperienza ci dice che gli utenti in genere – e gli operatori economici in particolare – hanno bisogno di dati di grande qualità: strutturati, certificati, tempestivamente aggiornati, e fruibili con strumenti avanzati e sicuri. Tale qualità – e la storia del RI lo conferma – richiede investimenti nel tempo, e meccanismi che ne assicurino la sostenibilità.

Qual è, secondo lei, il ruolo di visualizzazioni e infografiche nell’ecosistema del dato?
La visualizzazione del dato è uno strumento che ci accompagnerà sempre più in ogni processo di conoscenza e di apprendimento. La potenza delle rappresentazioni grafiche è tale da renderle già oggi un valore aggiunto in alcuni casi indispensabile per potenziare la comprensione di fenomeni sempre più complessi. Richiedono però propensione e attitudine a una visione sintetica (piuttosto che analitica) molto poco diffusa nel contesto professionale italiano. Le esperienze da noi sviluppate – i nuovi portali di informazione statistica e le applicazioni dedicate all’indagine e all’analisi di contesti e filiere – ci dicono che questi strumenti, per essere efficaci, devono essere utilizzati in modo parsimonioso, tenendo sempre a mente il reale valore rispetto alla domanda di informazione dell’utente

InfoCamere gestisce il Registro Imprese per conto delle Camere di Commercio: qual è il “valore nascosto” in quell’insieme di dati apparentemente ordinari?
Il patrimonio informativo che gestiamo, è in effetti enorme: oltre 6 milioni di imprese, 10 milioni di persone con cariche, 1 milione di bilanci numerici di società di capitale, 5 milioni di indirizzi PEC di imprese, 1,5 milioni di indirizzi PEC di Professionisti, citando solo i numeri più rilevanti. Il RI, inizialmente consultato quasi esclusivamente da professionisti, agenzie, e alcuni soggetti specializzati nella gestione delle informazioni commerciali, sta iniziando ad attrarre l’interesse delle imprese comuni: i dati in nostro possesso sugli accessi effettuati dagli utenti ci dicono che il RI rappresenta ormai un cardine fondamentale su cui il mercato è abituato a basare gran parte della fiducia e affidabilità, che determinano migliaia di transazioni commerciali e finanziarie ogni giorno. Nonostante ciò, la platea di utenti potenziali che ancora possono trarne vantaggio, soprattutto tra le PMI, rimane vasta. Solo in tal senso parlare di valore nascosto per dati pubblici e di facile accesso, per quanto assurdo, è in larga parte ancora corretto. Sono convinto, perciò, che per portare l’Italia a pieno titolo tra i paesi digitalmente avanzati, sia necessario lavorare con determinazione per promuovere la consapevolezza del valore che le informazioni pubbliche possono avere per le imprese: una vera e propria cultura del dato che deve affermarsi tra gli imprenditori (sia attuali che futuri), a partire da scuole e università.

Quali sono altre banche dati che sarebbe utile collegare al Registro Imprese per aumentarne la ricchezza?
Negli ultimi anni, anche grazie a una legislazione favorevole in tal senso, il RI è diventato sempre più un “hub” informativo per i dati sulle imprese, con l’integrazione di fonti molto importanti: dai dati relativi agli addetti che otteniamo dall’Inps, a quelli relativi a marchi e brevetti di fonte UIBM, dalle certificazioni di qualità e ambientali, alle attestazioni SOA per i lavori pubblici, fino alla progressiva integrazione con gli Sportelli Unici. È un percorso lungo e pieno di opportunità che intendiamo arricchire di nuovi contenuti e, soprattutto, di strumenti sempre più al passo con le esigenze delle imprese e dell’economia.

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