Così l’Italia si prepara alla nuova rivoluzione industriale

Così l’Italia si prepara alla nuova rivoluzione industriale

Formiche – 16 luglio 2015

Nelle funzioni di produzione delle imprese sta entrando prepotentemente un nuovo fattore di produzione. Questa è in estrema sintesi quella che viene chiamata “quarta rivoluzione industriale”. La competizione premierà chi sarà capace di reagire con maggiore prontezza e capacità di adattamento. Il ritardo che il nostro sistema sconta in termini di dotazioni infrastrutturali (reti a banda ultra larga ancora lente e poco diffuse), di competenze digitali (ridotto tasso di alfabetizzazione digitale), di assenza di standard e di protocolli di interoperabilità rappresenta, con tutta evidenza, fattori frenanti per la trasformazione digitale del nostro tessuto produttivo.

Stefano Firpo

L’economia classica identifica in terra, lavoro e capitale i fattori produttivi, ovvero gli elementi necessari per produrre un bene o erogare un servizio. Per poter determinare la soluzione che massimizza efficienza e profitto, le imprese individuano la migliore combinazione dei fattori produttivi tenendo in considerazione i costi marginali legati al loro utilizzo. In un contesto come quello attuale in cui, con sempre maggiore evidenza, si impone un modello economico fondato sull’informazione e la conoscenza, la schematizzazione classica potrebbe rivelarsi più desueta di quanto si possa immaginare. Nelle funzioni di produzione delle imprese sta entrando prepotentemente un nuovo fattore di produzione: i dati. Non solo. Il costo marginale del suo utilizzo, grazie agli avanzamenti tecnologici nei processori e nei calcolatori, si sta facendo esponenzialmente sempre più contenuto. In altre parole, la crescente disponibilità di dati e il costo a buon mercato della loro raccolta, gestione ed elaborazione stanno ridisegnando tanto le modalità con cui possono essere combinati i fattori della produzione, quanto gli stessi profili di competitività ed efficienza delle imprese. Questa è, in estrema sintesi, quella che viene chiamata “quarta rivoluzione industriale”. I fattori abilitanti alla base di questa rivoluzione sono essenzialmente costituiti: dalla crescente disponibilità di dati in formato digitale, dalla connettività sempre più spinta e pervasiva, capace anche di coinvolgere macchine e sensori — Internet of things — e dalla diffusione della cosiddetta sharing economy, l’economia della condivisione, che si mette in contatto digitale il cliente finale. In questo contesto le imprese avranno la possibilità di raccogliere informazioni sempre più ampie e precise tanto sulla produzione dei beni (performance e difetti di funzionamento dei macchinari, efficienza del processo produttivo, crescente interazione uomo-macchina) quanto sulle abitudini, sui bisogni e sulle preferenze dei consumatori, permettendo un miglior rendimento e una fortissima customizzazione della produzione. Ed è facile intuire come l’aumento degli oggetti — macchine e robot — che producono e si scambiano informazioni, la capacità di acquisire dati in maniera capillare e di modificare, con modelli di prototipazione accelerata, in tempo reale le caratteristiche dei prodotti costituiscano dei fattori destinati a modificare nel profondo i modelli di business e le condizioni con cui le imprese affrontano il mercato e organizzano la produzione. Come sempre avviene nelle grandi fasi di cambiamento, la competizione premierà chi sarà capace di reagire con maggiore prontezza e capacità di adattamento. Il ritardo che il nostro sistema sconta in termini di dotazioni infrastrutturali (reti a banda ultralarga ancora lente e poco diffuse), di competenze digitali (ridotto tasso di alfabetizzazione digitale), di assenza di standard e di protocolli di interoperabilità rappresentano, con tutta evidenza, fattori frenanti per la trasformazione digitale del nostro tessuto produttivo. Vi è poi una radicata propensione ad affrontare il tema della digitalizzazione delle imprese concentrandosi su meri epifenomeni — presenza di sito web, capacità di vendere e acquistare online, fatturazione elettronica, uso del cloud, integrazione dei processi con sistemi Erp — che rischia di far scivolare in secondo piano un aspetto che invece dovrebbe essere al centro dell’attenzione: la capacità da parte delle aziende e degli imprenditori di individuare all’interno del proprio patrimonio di dati e di informazioni le basi di un vantaggio competitivo sostenibile. Fino a quando nelle strategie delle imprese i dati non saranno considerati un fattore della produzione di dignità uguale — se non progressivamente superiore — a quella attribuita al capitale o al lavoro, difficilmente si potrà avanzare sul fronte dell’agenda digitale nel manifatturiero italiano. Un nuovo approccio di politica economica e industriale si rende pertanto necessario. In particolare, si impone la necessità di elaborare una politica industriale sui dati, per fare di questo fattore produttivo un vero e proprio oggetto di attenzione strategica e quindi di investimento e cura. L’irrompere del digitale nei sistemi produttivi rappresenta, infatti, un’opportunità imperdibile per un Paese, il nostro, che da oltre due decenni vede ridursi l’incidenza del settore industriale sul valore aggiunto. Il sistema produttivo italiano, basato su una frammentata e diffusa presenza di Pmi, potrà più agevolmente integrarsi e consolidarsi lungo filiere produttive e catene internazionali di creazione del valore, acquisendo forza competitiva e strategica. Settori prima distinti si estenderanno sempre più visibilmente, si intersecheranno e genereranno nuove filiere e nicchie dove spingere le aziende, appartenenti non solo ai settori dell’alta tecnologia e digitali, ma anche ai settori economici tradizionali, in un processo di riposizionamento strategico e competitivo. Una politica industriale evoluta deve tenere conto dei cambiamenti in atto e creare a tutti i livelli — infrastrutturale, educativo, culturale e amministrativo — le condizioni abilitanti affinché essi possano sprigionare il loro potenziale. Reti più potenti, programmi di alfabetizzazione digitale più diffusi, una maggiore consapevolezza del valore del patrimonio informativo tra le aziende e un approccio più liberale alla disciplina della condivisione e utilizzo dei dati rappresentano solo alcuni dei principali fronti d’azione. Interventi normativi consapevoli necessitano però, a loro volta, di una materia prima attualmente disponibile in quantità ancora troppo limitata, vale a dire il bagaglio informativo racchiuso nelle articolazioni nazionali e locali della Pubblica amministrazione. Pensiamo ad esempio quanto rischi di diventare vuoto e retorico il concetto stesso (e le politiche a favore) di smart city in mancanza di quei dati necessari per lo sviluppo di servizi e applicazioni a valore aggiunto per il cittadino. O quanto vano possa essere ogni proponimento di spending review senza un’accurata disponibilità di dati su cui operare tagli e rivisitazioni della spesa basate ad esempio sui cosiddetti costi standard. Un’amministrazione incline ad abbracciare i principi-chiave dei big data — apertura, trasparenza e condivisione — consentirebbe lo sviluppo di servizi innovativi, una migliore efficienza dell’intervento pubblico e una più obiettiva valutazione d’impatto dello stesso.

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