Made in Italy, i campioni della crescita

Made in Italy, i campioni della crescita

Il Sole 24 Ore – 11 agosto 2015

Nel passaggio più complesso della crisi il nostro tessuto produttivo si misura con una doppia tendenza. La prima è una ulteriore riduzione dimensionale. La seconda è la polarizzazione fra una minoranza di imprese di grande qualità e una massa di aziende che arrancano. Infocamere, su richiesta del Sole 240re, ha compiuto una analisi dei bilanci depositati dalle imprese italiane, secondo la tripartizione basata su manifatturiero puro, terziario industriale e terziario avanzato. Un lavoro basato sull’analisi di oltre un milione e mezzo di bilanci. Il primo elemento è, appunto, costituito dal down-sizing. Nella manifattura pura, il valore della produzione medio per azienda era pari nel 2008 a 4,9 milioni di euro, è diventato nel 2013 di 3,8 milioni e nel 2014 di 3,5 milioni. Il secondo elemento interessante, coerente con il modello ultra-adattivo del nostro capitalismo manifatturiero è rappresentato dal mancato collasso dei livelli di redditività espressi da ROE e di ROI.

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Paolo Bricco

Nel passaggio più complesso della crisi – nell’estate in cui i segnali di risveglio dell’economia stentano a trasformarsi in una ripresa organica e strutturata – il nostro tessuto produttivo si misura con una doppia tendenza. La prima è una ulteriore riduzione dimensionale. La seconda è la polarizzazione fra una minoranza di imprese di grande qualità e una massa di aziende che arrancano, come dimostrato dall’ufficio studi di Intesa San Paolo che ha fotografato l’evoluzione della differenza del margine industriale fra i migliori e i peggiori: nel 2008 c’erano 17 punti di Mol di differenza, ora i punti sono 20. Infocamere, su richiesta del Sole 240re, ha compiuto una analisi dei bilanci depositati dalle imprese italiane, secondo la tripartizione basata su manifatturiero puro, terziario industriale e terziario avanzato: il cuore dell’economia reale italiana. Un lavoro basato sull’analisi di oltre un milione e mezzo di bilanci. Dunque, indicativo delle tendenze profonde del nostro capitalismo. Il primo elemento è, appunto, costituito dal down-sizing. Nella manifattura pura, il valore della produzione medio per azienda era pari nel 2008 a 4,9 milioni di euro, è diventato nel 2013 di 3,8 milioni e nel 2014 di 3,5 milioni. Nel terziario industriale, il valore medio della produzione per azienda nel 2008 era pari a 3,7 milioni di euro, nel 2013 salito a 3,9 milioni e nel 2014 è sceso a 1,8 milioni. Nel terziario avanzato, il valore della produzione medio è calato da 3,3 milioni di euro a 2,8 milioni, per poi attestarsi a 2,3 milioni. Dunque, a seconda del macrosettore di appartenenza, nei sei anni della crisi il valore della produzione si è contratto fra il 30 e il 50 per cento. L’elemento interessante è che il livello medio del valore aggiunto è invece calato di meno: nella manifattura pura è sceso dai 992mila euro del 2008 agli 816mila euro nel 2013 e agli 808mila euro nel 2014; nel terziario industriale, da 750mila euro a 694mila euro, fmo a 456mila euro; nel terziario avanzato, da 588mila euro a 513mila euro, fmo a 407mila euro. Dunque, nei sei anni di recessione la contrazione del valore aggiunto è compresa fra il 12% e il 40%. Il secondo elemento interessante, coerente con il modello ultra-adattivo del nostro capitalismo manifatturiero è rappresentato dal mancato collasso dei livelli di redditività espressi da Roe e di Roi. Che, anzi, si conservano o tendono a crescere, nell’eterna complessità italiana di un ceto imprenditoriale che riesce a ingegnerizzare l’optimum riducendo le dimensioni e non marcando mai troppo la capitalizzazione e gli investimenti. Nel manifatturiero puro il ritorno sul capitale sale dal 3,86% del 2008 al 4,58% del 2014; nel terziario industriale da 4,24% al 5,28%; nel terziario avanzato da 2,16% al 2,63 per cento. Nel primo segmento il ritorno sugli investimenti, dal 2008 al 2014, cresce dal 3% al 4,18%; nel secondo, passa dal 2,45% al 3,27%; nel terzo, resta costante intorno a 2,75 per cento. L’esito finale di questa complessità è confermato dall’articolo di Sergio De Nardis, capo economista uscente di Nomisma, che verrà pubblicato sul prossimo numero della “Rivista di Politica Economica”: nel 2007, ultimo anno prima della crisi, la produzione potenziale pro capite era stimata, sia per la Germania che per l’Italia, intorno ai 21 milioni di euro ogni mille abitanti: con l’inizio della recessione, la divaricazione ha visto la Germania lievitare nel 2014 a 24 milioni di euro e l’Italia crollare a 16 milioni. Anche se la dimensione congiunturale appare più favorevole: il grado di utilizzo degli impianti, secondo l’analisi della Società di consulenza Prometeia, è salito dal 70% di inizio 2013 al 75% di adesso. In un contesto tanto articolato e così ambiguamente contraddittorio, appare utile ragionare sul tema degli scatti evolutivi -veri o falsi, reali o ipotizzati -della nostra economia reale. Soprattutto in un contesto in cui ogni cosa può accadere, dato che, come ricorda il numero di giugno 2015 di “Scenari economici” del Centro Studi Confindustria, che ha fissato in un 0,8% il Pil italiano nel 2015 e in un 1,4% nel 2016, si è in tempi di “Venti a favore e freni straordinari”. Prendiamo la questione dei brevetti. Secondo una analisi condotta dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, fra il 2008 e il 2013 le imprese senza domande di brevetto hanno visto il loro fatturato calare del 9%, mentre quelle con domande di brevetto hanno limitato la flessione al 3 per cento. Tuttavia, va ricordato come moltissime imprese italiane – piccole e medie – scelgano di non brevettare le loro innovazioni: sotto il profilo fiscale, non vi è alcuna ragione per farlo, tanto che alla fine è preferibile contabilmente annoverare queste spese fra i costi puri e semplici; sotto il profilo industriale, è quasi più razionale mantenere la riservatezza e non rendere pubblica una innovazione di processo, soprattutto se – come capita il più delle volte – non è “di rottura”, ma è parte di una innovazione di servizio più ampia. Un altro tema è il grado di efficienza funzionale di un modello industriale in cui sia così centrale il concetto e la prassi della subfornitura. Il problema è quale tipo di sub-fornitura. Sempre l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo mostra che, nei sei anni della crisi, nel sottoinsieme delle imprese esportatrici le imprese senza marchio internazionale hanno visto il loro fatturato decurtarsi del 10%, mentre quelle munite di marchio internazionale hanno limitato i danni al -3 per cento. Dunque, piccola o grande che sia la dimensione, occorre valorizzare i brand. Anche se si opera nelle nicchie. Una manifattura di no-name, con qualunque genere di dimensione, appare il viatico per il declino. Un sistema industriale animato in ogni settore – dalla meccanica al tessile, dalla componentistica auto-motive all’agroalimentare, dal packaging alla pelletteria – da marchi in grado di brillare alla luce della concorrenza internazionale può, invece, davvero ripartire.

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