Il tessile per ripartire cerca i «super tecnici»

Il tessile per ripartire cerca i «super tecnici»

Il Sole 24 Ore – 15 settembre 2015

Due sono le sfide che il tessile italiano sta affrontando, deciso a non fare la fine di quello inglese o francese, scomparsi da decenni. Da un lato la strada sempre più spinta dell’innovazione (di prodotto e di processo). Dall’altro la ricerca spasmodica di manodopera qualificata e specializzata. L’urgenza della metamorfosi è dettata dai numeri. Negli anni 90 il settore valeva il 3% del Pil oggi pesa circa l’1,7.

manifattura

Carlo Andrea Finotto

Due sono le sfide che il tessile italiano sta affrontando, deciso a non fare la fine di quello inglese o francese, scomparsi da decenni. Da un lato la strada sempre più spinta dell’innovazione (di prodotto e di processo). Dall’altro la ricerca spasmodica di manodopera qualificata e specializzata. L’urgenza della metamorfosi è dettata dai numeri. L’Isfol – nel report sui fabbisogni occupazionali dedicato al settore – sottolinea come il peso del tessile-abbigliamento sul Pil nazionale sia passato dal 3% circa dei primi anni 90 all’1,7% attuale. Mentre l’occupazione è scesa da «quasi 1,1 milioni di addetti» nel 1992 ai meno di 405mila di fine 2015, secondo le previsioni di Sistema Moda Italia (Smi) e Liuc (Università Cattaneo di Castellanza). La soglia psicologica dei 500mila occupati è stata abbattuta, in negativo, da tempo. E la scrematura non è finita: il rapporto Excelsior Unioncamere indica una contrazione media annua superiore al 3% per il tessile-abbigliamento pelle fino al 2017. Il trend- spiega il rapporto – «conferma una crisi già in atto, frutto, oltre che del calo dei consumi interni, della marcata concorrenza internazionale e del notevole outsourcing, che ha portato negli ultimi anni a delocalizzare nei mercati asiatici più del 50% della produzione». «Dopo sette trimestri di crescita», come ha spiegato Silvio Albini, presidente uscente di MilanoUnica in occasione della rassegna tessile (il fatturato 2014 si è chiuso in crescita del 3,3% a quasi 8 miliardi, a fronte degli oltre 52 miliardi del tessile-moda nel complesso), «nel primo semestre 2015 si è registrato un calo del 4,1%». Più di quanto era stato stimato da Smi e Liuc (-1,1%) che a giugno, però, hanno previsto un secondo semestre in deciso recupero: il tessile dovrebbe chiudere a 2,8%, l’intero settore a 3,8, oltre quota 54 miliardi di ricavi, grazie alla spinta dell’export (che dovrebbe chiudere a 6,8%) favorita dal cambio favorevole. Ma se è la “valle” della filiera (abbigliamento e moda) a macinare la maggior parte della crescita e dei fatturati, i comparti a monte supportano e sperimentano nuove strade: oltre a tessuti sempre più innovativi per gli sbocchi tradizionali, gli impieghi vanno dalle tute spaziali al biomedicale e gli utilizzi della lana escono sempre più dai binari consolidati dell’abbigliamento per approdare allo sport o all’ambiente, con la lana sucida (non ancora trattata) in grado di assorbire inquinanti sversati in acqua (per esempio il petrolio in mare). «L’innalzamento del livello del capitale umano è imprescindibile in funzione della competitività, delle certificazioni e delle tecnologie crescenti». A dirlo è Francesco Capobianco, economista di Nomisma. E a pensarlo sono anche le aziende. Forti pure del dato virtuale del Rapporto Excelsior, sul “replacement”, ovvero la domanda di sostituzione di figure professionali che in questi anni sono state pensionate senza essere rimpiazzate anche a causa delle ristrutturazioni e della crisi. Dallo studio emerge che il tessile-abbigliamento, maglia nera in quanto a trend occupazionale tra i settori manifatturieri (escluse le costruzioni) spicca invece per domanda di sostituzione, quantificata in circa umila unità medie annue tra il 2013 e il 2017: circa somila posti teorici. Tuttavia, «non è detto che alla domanda di sostituzione corrisponda un effettivo rimpiazzo» si legge nel report di Excelsior, anche perché le prospettive generali dell’occupazione di settore non sono positive «e spesso il pensionamento è un’occasione per ridurre i costi del personale, e il turn over non è proporzionato» aggiunge Capobianco. La manifattura e il tessile in particolare vivono anche un altro paradosso strettamente connesso alle dinamiche occupazionali «C’è un’indubbia difficoltà nel reperimento di figure tecniche specializzate» sottolinea Claudio Marenzi, presidente di Sistema Moda Italia. «Tuttavia – prosegue il presidente di Smi – tra i giovani questa parte della nostra filiera registra poco appeal. Una situazione che in parte non ègiustificata ed è legata a pregiudizi, e che in parte richiede anche uno sforzo maggiore di comunicazione da parte nostra, delle aziende». A conferma delle parole di Marenzi «le iscrizioni agli istituti tecnici sono in continua discesa, mentre le aziende hanno crescente bisogno di personale tecnico diplomato» spiega Ermanno Rondi, responsabile dell’Education per il Club dei 15 di Confindustria. «La crisi – continua Rondi – ha colpito duro il tessile, ma le aziende che resistono sono le più strutturate e quelle dove c’è forte necessità di ricambio generazionale e specializzazioni». I distretti, così, si sono attivati – dal Veneto a Carpi (si vedano altri articoli in pagina) a Biella-confezionando corsi di specializzazione post diploma tramite gli Its e in collaborazione con le aziende dove avvengono gli stage. Nel distretto biellese quest’anno – a un mese dalla chiusura delle iscrizioni – le richieste da tutta Italia e dall’estero sono raddoppiate; i u diplomati a luglio dopo i due annidi corso sono già tutti occupati. «È la strada giusta – sottolinea Francesco Capobianco – le specializzazioni sono uno dei modi per estrarre valore da settori maturi». Anche perché ci sono piccoli meta-distretti legati all’alta gamma – non solo al Nord ma anche al Sud, come in Campania-, «dove è stato conservato un saper fare di alto livello, che non sempre è stato valorizzato a dovere. Lo sforzo di modernizzazione dovrà coinvolgere sempre più idipendenti insieme alle imprese». Claudio Marenzi lancia però un’ulteriore sfida, che dovrebbe coinvolgere non solo il sistema tessile-abbigliamento ma anche quello calzaturiero e la filiera dell’arredamento: «Stiamo immaginando la possibilità di mappare e mettere in rete tutti i momenti formativi specialistici, in modo che l’azione sia sempre più coordinata su scala nazionale, favorendo e incrementando il dialogo fondamentale tra scuola e imprese, con un quadro chiaro e aggiornato dei fabbisogni».

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