Oltre cinquemila le startup italiane ma il lavoro non sale

Oltre cinquemila le startup italiane ma il lavoro non sale

la Repubblica – 26 gennaio 2016

A cominciare, fare startup, sono sempre di più. A diventare grandi, trasformando la propria idea in fatturato e posti di lavoro, ancora pochi. Lo mostra l’ultimo rapporto InfoCamere sulle aziende innovative tricolori, che aggiorna a dicembre i dati dell’apposito registro. Le startup tecnologiche iscritte hanno sfondato quota 5 mila, cifra che mese dopo mese è in aumento. Ma oltre ai 19.957 soci fondatori, quelle di cui si conosce l’indotto impiegano appena 5.351 persone, in media 2,8 ciascuna. E hanno un giro d’affari di 119 mila euro, con la metà che non arriva a 25 mila.

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Filippo Santelli

A cominciare, fare startup, sono sempre di più. A diventare grandi, trasformando la propria idea in fatturato e posti di lavoro, ancora pochi. Lo mostra l’ultimo rapporto InfoCamere sulle aziende innovative tricolori, che aggiorna a dicembre i dati dell’apposito registro. Le startup tecnologiche iscritte hanno sfondato quota 5 mila, cifra che mese dopo mese è in aumento. Ma oltre ai 19.957 soci fondatori, quelle di cui si conosce l’indotto impiegano appena 5.351 persone, in media 2,8 ciascuna E hanno un giro d’affari di 119 mila euro, con la metà che “on arriva a 25 mila. Spiccioli. Vero, per natura le startup hanno bisogno di tempo. Prima si sviluppa il prodotto, poi si cerca un mercato. .E un processo nel quale chi parte tardi arriva tardi: l’Europa è indietro rispetto agli Stati Uniti, e l’Italia ancora più dietro, dice Alberto Onetti, che alla guida della Startup Europe Partnership monitora le “scale up” europee. Scale up, cioè le aziende innovative che crescono oltre una certa dimensione, raccogliendo almeno un milione di dollari di finanziamenti. In Italia sono 72, contro le 399 del Regno Unito, le oltre 200 di Francia e Germania Ma sotto perfino, se rapportate al Pil, alle 40 del Portogallo. E con pochissime “exit”, le uscite con il botto, si tratti di vendite o quotazioni, che ripagano fondatori e investitori. La mancanza di capitale di rischio, in un settore dove si avanza bruciando cassa, è il primo problema. Dopo gli anni orribili 2013 e 2014, lo scorso anno il venture italiano ha mostrato segni di ripresa. Si sono viste operazioni all’altezza degli standard esteri, come i 16 milioni di euro raccolti Moneyfarm, piattaforma online di consulenza finanziaria, o i 10 milioni per DoveConviene, che ha digitalizzato i volantini promozionali dei negozi. E un effetto leva dovrebbe arrivare dal ritorno in campo del pubblico. La Cassa depositi e prestiti, con 100 milioni di euro con cui rimpolpare la raccolta dei fondi venture. E Invitalia, che ha 50 milioni da investire direttamente nel capitale delle start up, a fianco dei privati: “Per aiutarne il consolidamento”, spiega l’ad Domenico Anuri. Primo investimento su D-Eye, start up che trasforma l’iPhone in uno strumento per gli esami della retina. Ma un ecosistema tecnologico fiorente ha anche bisogno di concentrare talenti, università, grandi imprese. In Italia il settore è ancora disperso: il 22% delle start up ha sede tra Roma e Milano, ma guardando la classifica dell’ incidenza, sul totale delle società, emerge un diverso e inedito triangolo industriale: Trento, Trieste e Ancona. Positivo, perché la voglia di provarci è trasversale a geografie e settori. Meno, se si tratta di competere con grandi hub come Londra o Berlino. “Siamo il Paese dei campanili”, commenta Onetti. “Bisogna avere il coraggio di concentrare attenzione e incentivi su poche iniziative, ma più finalizzate”.

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