La Puglia oltre le sabbie mobili della crisi

La Puglia oltre le sabbie mobili della crisi

Sole24ore – 3 marzo 2016

No, non è la Silicon Valley. Qualcosa di simile alla Germania, piuttosto. Con il sole. Ma la Germania. Fra innovazione e competitività il sistema produttivo pugliese classico, nelle sue componenti più mature e stratificate, resta la struttura preponderante. Fra 2007 e 2014 migliorano Roi, Roe e indice di indipendenza finanziaria delle imprese. Grande vitalità sul fronte dei marchi: le domande di deposito nel 1990 erano 231, 2.032 nel 2013.

puglia

Paolo Bricco

No, non è la Silicon Valley. Qualcosa di simile alla Germania, piuttosto. Con il sole. Ma la Germania. Fra innovazione e competitività il sistema produttivo pugliese classico, nelle sue componenti più mature e stratificate, resta la struttura preponderante. L’economia di stampo novecentesco, che qui si declina in una particolare accezione mediterranea composta dalla meccatronica e dall’abbigliamento, dall’aeronautica e dall’agro-industria, dalla meccanica di precisione e dalle calzature, ha più di un elemento di contatto con l’innovazione mainstream. Ma sempre da una posizione di prevalenza.

Qui si trovano tre incubatori appartenenti allo European Business Network: Puglia Sviluppo a Modugno e a Casarano (undici imprese ospitate), Tecnopolis a Valenzano (23 imprese) e il Consorzio Asi a Brindisi (13 imprese). In tutto, hanno poco più di 200 addetti. A questi, si aggiunge un profluvio di piccole realtà – fra l’istituzional-universitario e l’industrial-privato – che prova, allo stesso modo, a usare l’alfabeto dell’innovazione di rottura. Venture capital? Zero, o poco più. Secondo le statistiche dell’Aifi, dal 2005 a oggi in Puglia hanno preso corpo 26 operazioni di capitale di rischio (su 3.344 realizzate in Italia) per un ammontare di 91 milioni di euro (in Italia sono stati mobilitati capitali per 37 miliardi di euro).

Anche gli altri indicatori mainstream mostrano un peso relativo – sull’organismo pugliese – non rilevantissimo: secondo l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, la Puglia è quattordicesima nel ranking delle regioni per intensità di R&S, con lo 0,84% del Pil, composto da uno 0,23% delle imprese private e da uno 0,61% del settore pubblico. È sedicesima per intensità brevettuale, con venti brevetti registrati allo European Patent Office ogni milione di abitanti. È diciottesima per numero di laureati in discipline tecnologiche e scientifiche, con sette laureati ogni mille abitanti fra i 20 i 29 anni. Meglio l’indicatore degli spin-off universitari, che l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo calcola in 93, la quinta entità per singole regioni. E delle start-up innovative: circa 200, che collocano la Puglia al decimo posto. A evidenziare, però, la dimensione non sistemica di questa innovazione mainstream è la proporzione di quante sono le start-up innovative ogni mille aziende registrare: sono 0,6. In questa statistica, la Puglia è l’ultima regione italiana. Dunque, l’innovazione main-stream esiste, ma alla fine costituisce una miscela limitata di semi gettati in un campo tecno-industriale già arato e – nonostante la recessione – tutt’altro che arido, abitato da fusti robusti e da piante che danno frutti da decenni. Fra mille naturali contraddizioni – connesse alla multispecializzazione della Puglia – c’è un dato statistico che mostra la sostanziale resilienza del tessuto produttivo regionale alla durezza della crisi avviatasi nel 2007.

Secondo le elaborazioni compiute da Infocamere per Il Sole 24 Ore, gli indicatori delle imprese pugliesi appaiono in miglioramento. La cosa stupisce. Ma è così. Un altro esempio della felice ambiguità del caso italiano. Che spesso, al novantesimo minuto, mette la palla nel sette. Nel 2007, per le imprese pugliesi nel loro complesso il Roi (il ritorno sugli investimenti) era pari al 2,57%, il Roe (il ritorno sul capitale) al 0,58% e l’indice di indipendenza finanziaria, dato dalla proporzione di attivo finanziato con capitale proprio, al 21,38 per cento. Nel 2014, questi indicatori sono diventati pari al 3%, al 2,7% e al 25,9 per cento. Dunque, tutti in miglioramento. Proviamo a verificare che cosa capita con i due sottoinsieme formati dalla manifattura e dai servizi alle imprese. Nel caso delle imprese manifatturiere, fra il 2007 e il 2014, il Roi era del 3,03% ed è diventato del 3,2 per cento.

Il Roe era inesistente (0,04%) e si è attestato adesso al 2,9 per cento. L’indice di indipendenza finanziaria è migliorato passando dal 24,25% al 30,1 per cento. Nel caso dei servizi alle imprese, nel 2007 il Roi era dell’1,99% ed è salito al 3%, il Roe è invece sceso dall’1,71% all’1,1% e l’indipendenza finanziaria è calata dal 30,11% al 28,4 per cento.
Naturalmente anche in Puglia vige la legge della polarizzazione, propria di un Paese in cui il 20% delle imprese produce l’80% del valore aggiunto nazionale. E la traiettoria che non si fa parabola fino allo schianto finale, ma che ha invece una inclinazione positiva delineata dall’analisi dei bilanci di Infocamere, ha una sua conferma geometrica nella crescita dei flussi di export ravvisata dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo.

Le specializzazioni produttive tradizionali e tecnologiche pugliesi avevano un export, nel 2007, di 2,6 miliardi di euro, che si è attestato nel 2014 a 3,1 miliardi di euro con un aumento del 20 per cento e che, nei primi tre trimestri del 2015, ha fatto registrare un incremento tendenziale del 18 per cento. In particolare, a sostenere questa dinamica, sono stati il polo aeronautico pugliese, il cui export dal 2007 al 2014 è aumentato da 140 milioni a 450 milioni di euro, e la meccatronica barese, salita da 802 milioni a 1,1 miliardi di euro.

Nella legge della polarizzazione, che appunto assegna all’Italia da un lato una minoranza di imprese capaci di agganciarsi alle Global Value Chains e di collegarsi ai network della produzione globale e dall’altro una maggioranza di aziende schiacciate dal crollo del mercato interno e dalla proprio obsolescenza, un elemento strutturalmente solido è costituito dalle medie imprese. Questo capita anche in Puglia, dove secondo l’ufficio studi di Mediobanca si trovano 50 aziende che appartengono al Quarto Capitalismo. Il loro fatturato netto è di 2,1 miliardi di euro, gli addetti sono 6.570, il valore aggiunto è di 389 milioni di euro, gli investimenti materiali ammontano a 63 milioni di euro.

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