Donne manager, giovani in calo

Donne manager, giovani in calo

Sole24ore – 7 marzo 2016

Sono Calabria, Basilicata, Puglia e Campania le regioni che “esportano” più donne manager nel resto d’Italia. Confrontando, infatti, iI numero delle donne titolari di una carica (amministratore, socio o titolare d’impresa) nate in queste regioni e il numero di poltrone disponibili negli stessi territori, emerge che il gap è del 17% in Calabria, del 4% in Basilicata, del 12% in Puglia e del 9% in Campania. Sono invece Lombardia, Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna le Regioni che “importano” cariche femminili, perché hanno più dispombilità di posti. È la fotografia che emerge dai dati forniti da Infocamere al Sole 240re del Lunedì.

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Valentina Melis

Sono Calabria, Basilicata, Puglia e Campania le regioni che “esportano” più donne manager nel resto d’Italia. Confrontando, infatti, iI numero delle donne titolari di una carica (amministratore, socio o titolare d’impresa) nate in queste regioni e il numero di poltrone disponibili negli stessi territori, emerge che il gap è del 17% in Calabria, del 4% in Basilicata, del 12% in Puglia e del 9% in Campania. Sono invece Lombardia, Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna le Regioni che “importano” cariche femminili, perché hanno più dispombilità di posti. In Lombardia sono quasi 9omila le donne titolari di una carica nate fuori dalla regione e nel Lazio l’incidenza delle manager provenienti da altri territori è del 25 per cento. È la fotografia che emerge dai dati forniti da Infocamere al Sole 240re del Lunedì: le donne titolari di una carica (che cioè amministrano società pubbliche o private) sono quasi 2,8 milioni, mentre un milione è socio di capitale, cioè partecipa alla vita di società non sul piano operativo-gestionale ma sul piano finanziario. Resta ancora forte il divario con i colleghi: le cariche affidate agli uomini nelle società sono 7,7 milioni, quasi il triplo. Più numerosi anche gli “investitori” di sesso maschile i soci di capitale sono 2,3 milioni. Quanto all’andamento generale delle cariche registrate, gli anni dal 2011 al 2015 fanno registrare un calo, per le donne, dello 0,5%: praticamente, le poltrone femminili sono 15.242 in meno. Le donne socie di capitale sono aumentate invece del 6,8 per cento. Un trend che si verifica anche per gli uomini, con un calo più pronunciato delle cariche, ridotte di 244.576 (-3,1% nello stesso intervallo temporale). Sulla contrazione della cariche, in particolare per gli amministratori, ha avuto un effetto anche la spending review sulle società partecipate da enti pubblici: i diversi interventi normativi finalizzati al taglio della spesa pubblica (in particolare, il D195/2012) hanno spinto nella direzione dell’amministratore unico, soprattutto per le società più piccole, con un fatturato modesto e con pochi dipendenti. La spending review si è fatta sentire anche sui consigli d’amministrazione, come dimostra la diminuzione del numero dei consiglieri negli ultimi anni. Calano i titolari di imprese individuali: nel periodo 2o11-2o15 sono 2omila in meno per le donne e 100mila per gli uomini. Si conferma così una tendenza in atto da diversi anni, in parallelo con l’aumento, invece, delle Srl: si tenta dunque di entrare nel mercato limitando la responsabilità e i rischi dell’imprenditore al solo capitale investito (che può essere ormai sotto 10mila euro). Le donne con una carica di amministratore in cinque anni sono 22mila in più: potrebbe essere la spia del proliferare di piccole società, nelle quali l’unica socia ha anche Il ruolo di amministratore. L’analisi delle classi di età rivela un “invecchiamento” delle titolari di cariche: dal 2011 al 2015 acquistano terreno soltanto le donne over 50 ( 11,5%) e over 70 ( 14,6%). Diminuiscono invece le titolari di un incarico sotto 29 anni e da 3o a 49 anni (-10% per entrambe le fasce). E’ una tendenza in linea con l’andamento delle cariche maschili, a conferma di uno scarso ricambio generazionale: i titolari di incarichi avanzano nelle classi di età più elevate ma non sono sostituiti nelle fasce più basse da altrettanti giovani. I settori che “perdono”più cariche, per le donne come per gli uomini, sono l’agricoltura e le attività manifatturiere. Avanzano, invece, la sanità e l’assistenza sociale ( 8,6% per le donne e 7,5% per gli uomini) e gli altri servizi ( 10,8% per le donne). Per il vice segretario generale di Unioncamere Tiziana Pompei, «le donne stanno dimostrando tenacia e spirito di intraprendenza, tanto che le capitane d’impresa hanno resistito alla crisi meglio dei loro colleghi uomini. Non stupisce – aggiunge – vedere che per realizzare il proprio sogno di diventare imprenditrici, quest’esercito a guida femminile sia pronto a lasciare le proprie radici per marciare verso le regioni che presentano maggiori opportunità di business».

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