Registro imprese e digitalizzazione, le sfide delle Camere di commercio

Registro imprese e digitalizzazione, le sfide delle Camere di commercio

Sole24ore – 7 settembre 2016

Camera – di commercio – con vista mare, tempestoso ma promettente. La rivoluzione normativa e organizzativa di una delle più nobili e radicate istituzioni economiche del Paese si sta compiendo in questi giorni. Essa merita maggiore attenzione nel dibattito nazionale, perché può costituire una delle leve per far ripartire la crescita, oppure rischiare di essere amaramente registrata come l’ennesima occasione perduta.

Carlo Alberto Carnevale-Maffè

Camera – di commercio – con vista mare, tempestoso ma promettente. La rivoluzione normativa e organizzativa di una delle più nobili e radicate istituzioni economiche del Paese si sta compiendo in questi giorni. Essa merita maggiore attenzione nel dibattito nazionale, perché può costituire una delle leve per far ripartire la crescita, oppure rischiare di essere amaramente registrata come l’ennesima occasione perduta. A fine agosto il Governo ha rilasciato il decreto legislativo che attua la delega della legge 124/aoi5 e introduce importanti e positive novità su principi, funzioni, modello organizzativo e governance delle Camere di Commercio. Le Camere diventano “l’ultimo miglio” per le imprese nei rapporti con la Pa e assumono nuove funzioni: orientamento al lavoro e inserimento occupazionale dei giovani, creazione di imprese e start-up, valorizzazione del patrimonio culturale e promozione del turismo, supporto specifico alle Pmi per la partecipazione a gare pubbliche e per i mercati esteri. II decreto include tra i rinnovati ambiti di intervento alcune delle aree più critiche per la crescita, sulle quali finora l’azione delle istituzioni è stata debole e inefficace: la digitalizzazione delle imprese, la qualificazione aziendale e dei prodotti (certificazione, tracciabilità, valorizzazione delle produzioni), i servizi di mediazione, arbitrato commerciale e supporto al credito. La parola ora passa al sistema camerale per la traduzione organizzativa delle indicazioni del Governo. Il dibatto va indirizzato su tre temi strategici, che tuttavia non hanno ricevuto una chiara e coraggiosa spinta di riforma dal decreto, e che costituiscono per il sistema camerale una sfida a ricavarsi un ruolo di vera innovazione, e non di mera razionalizzazione di costi. Essi sono: a) il registro imprese come piattaforma informativa e di servizi a valore aggiunto per la (re)interpretazione dell’intero tessuto aziendale italiano; b) la digitalizzazione dei processi di arbitrato, mediazione, accesso al credito, ma anche di certificazione e tracciabilità dei prodotti; c) l’employability giovanile (e non solo), con servizi di knowledge management di competenze per le imprese. L’asset più importante, peraltro riconosciuto tale a livello internazionale dai sistemi camerali degli altri Paesi, è il registro imprese. Qui il decreto non ha ancora saputo cogliere l’occasione di un atto coraggioso, che invece il Paese paradossalmente seppe fare 4o anni fa, con la costituzione di quella che oggi è la realtà tecnologica di Infocamere, ampiamente riconosciuta come best practice europea del settore. È pur vero che, nelle intenzioni del Governo, il Registro delle imprese dovrà diventare dorsale di dati nazionali, entro l’Agenda digitale, e che dovrà finalmente essere allineato con i tribunali delle imprese, con un Conservatore (nominato dal Mise) a svolgere funzioni di coordinamento. Ma servono scelte chiare per far evolvere la base dati di Info-camere verso una piattaforma sempre più interoperabile in ottica internazionale e orientata ai servizi, con l’integrazione dei dati sul lavoro coniugati in logica industriale, complementare a quella statistico-previdenziale dell’Inps. Info-camere dovrà poter disporre di un modello di business sostenibile e finanziariamente coerente con l’ulteriore crescita del vivace ecosistema di servizi a valore aggiunto che nel tempo si è sviluppato a partire dalle sue fonti informative. La digitalizzazione dei processi è il territorio dove il sistema camerale può trovare spazio per proporre attività di supporto e assistenza alle imprese in regime di libero mercato. Grazie anche alla progressiva convergenza di altri filoni di riforma normativa, dalla traccia-bilità e certificazione dei prodotti al credito alle imprese, le Camere possono diventare “hub” di servizi a valore aggiunto, all’incrocio con gli altri stakeholders istituzionali: banche, magistratura ordinaria e tributaria, fisco e previdenza. Particolarmente importante sarà l’obbligo di coordinamento con i tribunali delle imprese, che consentirà al sistema camerale di riproporsi, questa volta tramite soluzioni digitalizzate come per esempio piattaforme di “smart con-tracts”, nel fondamentale ruolo di mediazione e arbitrato, candidandosi come alternativa efficiente alla lentezza dei processi civili, vera zavorra nazionale per banche e imprese. Il fronte dell’employability giovanile è infine quello dove il sistema camerale si gioca la sua nuova centralità, non solo economica, ma culturale e sociale, nel tessuto imprenditoriale del Paese. Le Camere possono diventare il più grande erogatore nazionale di educazione all’impresa, valorizzando le piattaforme telematiche già esistenti e ampliando le partnership sui contenuti e sui processi di certificazione. Davanti all’evidente fallimento dello Stato nella formazione vocazionale e aziendale di base, anche di natura “soft”, le Camere hanno l’occasione per proporre un proprio modello di educazione permanente all’impresa, che supporti la crescita di produttività e favorisca l’employability di lungo termine. L’attività può essere finalizzata, fin dalla scuola media superiore a una piattaforma di educazione a competenze aziendali professionalizzanti, per poi evolvere verso un vero e proprio sistema di knowledge management universale nazionale, meglio sebasato sui nuovi standard internazionali di “Open Badges” digitali, per la costruzione e l’aggiornamento continuo di un curriculum di competenze aziendali. Entro un anno dovrà essere predisposto daUnioncamere e approvato dal Mise il piano di accorpamento e razionalizzazione del sistema camerale, rispettando il tetto di 6o Camere (contro le attuali io5). La riduzione del numero e la differenziazione di funzioni delle Camere definite nel decreto potevano e forse dovevano essere più coraggiose, in un mondo sempre più digitale. E sarebbe stato meglio impostare esplicitamente la riorganizzazione alla definizione di specializzazioni di processo e/o di settore, invece che rimanere legati al tradizionale presidio territoriale indifferenziato. Ivan Lo Bello, presidente di Unioncamere, avrà il suo bel daffare a gestire le prevedibili spinte conservatrici e le rivendicazioni di campanile. Non si faccia consumare in una mera opera di mediazione: è il momento della leadership, non del compromesso. Il sistema spalanchi porte e finestre delle proprie Camere, e le faccia diventare “smart chambers”. Ha saputo farlo con lungimiranza 4o anni fa, dando origine a Info-camere, che oggi molte nazioni imitano e invidiano. Oggi ha l’occasione di sorprendere nuovamente il Paese e il mondo con un progetto coraggioso: il sistema camerale diventi imprenditore collettivo dell’innovazione sui processi, sui prodotti e sul lavoro.

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