Pmi, è sempre febbre da fisco

Pmi, è sempre febbre da fisco

Sole24ore – 26 settembre 2016

Nel 2015 quattro imprese su dieci (il 43,5%) hanno versato più imposte rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’analisi di InfoCamere sui bilanci di oltre 250mila società. Nello stesso anno, è sceso del 2,5% il tax rate sugli utili aziendali.

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Cristiano Dell’Oste – Giovanni Parente

Quattro imprese su dieci l’anno scorso hanno pagato più imposte che nel 2014, con un incremento medio di 30.278 euro tra Ires e Irap. Sempre nel 2015 il tax rate sugli utili aziendali si è attestato al 30%, in calo di 2,5 punti percentuali su base annua. Quelli elaborati da InfoCamere per II Sole 24 Ore sono dati che possono sembrare contraddittori, e che invece fotografano bene le contraddizioni del fisco italiano applicato alle imprese. Un fisco che – lamentano gli imprenditori – continua a pesare come un macigno sulla competitività del sistema produttivo, e non sostiene a sufficienza il rilancio degli investimenti. Vediamo allora i numeri, ricavati analizzando i bilanci relativi al 2015 depositati in formato Xbrl da 250.828 società di capitali. I tre settori più rappresentativi – manifattura, commercio e costruzioni, che raccolgono più di metà del campione-fanno segnare un tax rate ben oltre la media, nell’ordine del 33-35 per cento. Fino ad arrivare al record del 37,1% delle imprese del settore alberghiero e della ristorazione. Ma in rapporto al 2o14 la pressione tributaria sui profitti risulta in calo in tutti i comparti. Da cosa dipende la riduzione? E come si concilia con il fatto che il 43,4% delle imprese ha pagato più imposte rispetto all’anno precedente? La risposta è nella stessa dinamica del prelievo. Con ogni probabilità, la diminuzione del tax rate dipende sia dall’andamento dei conti aziendali sia dall’effetto delle misure varate con le ultime manovre finanziarie. Le società che avevano accumulato perdite negli anni precedenti potrebbero averle usate per ridurre i profitti. Altre, invece, hanno beneficiato dell’eliminazione dell’Irap sulla manodopera o dell’Ace (detassazione legata alla ricapitalizzazione). L’aumento delle tasse pagate, invece, si spiega verosimilmente con un incremento degli utili ante-imposte. Vuoi perché i profitti sono aumentati dopo gli anni neri della crisi, vuoi perché chi chiudeva in rosso è passato in attivo. Restano però profonde differenze sia tra i settori sia a livello territoriale. Prendiamo la rilevazione condotta a livello provinciale sulle Pmi “tipo” (Srl con 15 dipendenti e un fatturato sotto i 2 milioni). Ci sono comparti come quello delle costruzioni che registrano aumenti delle imposte medie versate in aree come Milano e Bari. Con una differenza rispetto all’anno precedente che supera i mille euro a Napoli e Padova e arriva a 2mila euro a Palermo. Quasi a testimoniare che anche le imprese che, dopo anni di crisi, hanno rivisto il segno positivo nel fatturato poi hanno dovuto fare i conti con un carico fiscale in aumento. In ogni caso, mentre si è aperto il dibattito sulla legge di Stabilità per il 2017, è importante capire di “quali” imposte si sta parlando, anche per valutare la messa a punto di provvedimenti davvero utili a rilanciare la produzione e l’occupazione. L’analisi sui dati di bilancio parte dal risultato ante-imposte e misura l’incidenza di Ires e Irap. Ma non si può dimenticare che quel risultato è già stato sforbiciato – a monte – da contributi previdenziali, Tfr e altre imposte non applicate sugli utili, come ad esempio, Imu, Tasi, bolli  e tassa rifiuti. Ecco perché la riduzione del tax rate, che pure può essere largamente ricondotta agli ultimi interventi normativi, lascia l’amaro in bocca a tanti imprenditori. Ed ecco perché altre misurazioni della fiscalità “globale” d’impresa restituiscono percentuali oltre il 60% (basta pensare ai ben noti rapporti «Doing business» della Banca mondiale). Sarà interessante misurare nei prossimi due anni l’effetto di misure come i superammortamenti (bisogna ricordare che sono “premiati” gli acquisti di beni strumentali effettuati dal 15 ottobre 2015) proprio per comprendere quali effetti la deduzione accelerata avrà non solo sul tax rate, ma anche sulla capacità di aumentare la produttività d’impresa. Anche perché si tratta di una misura finalizzata a sostenere la crescita attraverso la leva degli investimenti. Bisognerà, invece, aspettare un po’ più di tempo per monitorare come la riduzione dell’Ires al 24%, già prevista per il 2017, ridurrà l’incidenza percentuale della tassazione sugli utili.

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