Economia etnica, un tesoro da 100 miliardi

Economia etnica, un tesoro da 100 miliardi

Repubblica Affari&Finanza – 27 febbraio 2017

I cinesi a Prato sono la punta dell’iceberg ma l’Italia arcobaleno dell’economia multietnica è già un bel melting pot con mille sfumature. E non si tratta solo di ambulanti, venditori di kebab e pizzerie egiziane. Stanno emergendo specializzazioni produttive impensate: dagli egiziani nella valle delle pentole e dei rubinetti di Lumezzane ai rumeni nel distretto della termomeccanica veronese, all’ombra di realtà come Riello o Ferroli. Il fenomeno delle imprese create da stranieri in Italia è complesso ed è soprattutto in crescita. I numeri sono difficili da raccogliere perché nella stragrande maggiorana dei casi si tratta di piccole imprese, spesso individuali.

La base è per tutti costituita dai registri delle Camere di Commercio.

Scarica report completo

Stefano Carli

I cinesi a Prato sono la punta dell’iceberg ma l’Italia arcobaleno dell’economia multietnica è già un bel melting pot con mille sfumature. E non si tratta solo di ambulanti, venditori di kebab e pizzerie egiziane. Stanno emergendo specializzazioni produttive impensate: dagli egiziani nella valle delle pentole e dei rubinetti di Lumezzane ai rumeni nel distretto della termomeccanica veronese, all’ombra di realtà come Riello o Ferroli. E che dire della specializzazione di ben due comunità asiatiche, pakistani e bengalesi, nel distretto dell’oreficeria di Arezzo? Ancora egiziani e marocchini fanno quasi un’azienda straniere su tre tra quelle dell’indotto del distretto siderurgico bresciano, mentre nel distretto della valvole della Valsesia c’è una preponderanza di imprese albanesi. E nella metalmeccanica lecchese, dove le imprese straniere sono davvero poche, appena il 2,4% del totale, pure la maggioranza è sorprendentemente di imprese marocchine. Nel mantovano si registra una prevalenza di indiani tra le imprese agricole, vista anche la loro fama in particolare di essere ottimi mungitori. Certo, nessuna di queste realtà arriva a competere con il livello di complessità, articolazione economica e organizzazione dei cinesi di Prato. E’ ovviamente un problema di numeri, di concentrazione e di specializzazione produttiva che si è consolidata e arricchita nel tempo, ma è soprattutto la finanza a fare della comunità cinese quella che presenta un ritmo di crescita inarrivabile per tutti gli altri. E’ da questo fattore soprattutto che nasce il “caso Prato”, che in numeri significa che nel distretto tessile pratese 8 aziende su dieci sono condotte da immigrati. E il 98,9% di quelle otto aziende sono cinesi. Il fenomeno delle imprese create da stranieri in Italia è complesso ed è soprattutto in crescita. I numeri sono difficili da raccogliere perché nella stragrande maggiorana dei casi si tratta di piccole imprese, spesso individuali. La base è per tutti costituita dai registri delle Camere di Commercio. Ma ci sono significative variazioni. Per InfoCamere il numero delle imprese italiane create e gestite da stranieri sono 423 mila a fine 2015. Per la Fondazione Leone Moressa di Mestre, sono 653 mila. La maggiore differenza dipende dal fatto che a Mestre contano tutte le persone con cariche sociali mentre Infocamere fa riferimento al solo capo azienda. Ciò detto, ragionando in termini di tendenze le differenze si fanno probabilmente meno determinanti. E per questo si può dire che il fenomeno dell’imprenditoria immigrata è in forte crescita. Tra il 2010 e il 2015 il totale delle imprese italiane è sceso del 5,5%, a 7,5 milioni Di queste 6,9 milioni sono le italiane, in calo del 7,4%, 164 mila quelle rette da non italiani ma cittadini Ue ( 10%) e 491 mila quelle gestite da extracomunitari ( 24%). Tutte assieme le imprese “straniere” danno luogo a un fatturato aggregato che per il 2015 è stimabile poco al di sotto dei 100 miliardi di curo. Entrando nei numeri, la popolazione di imprenditori stranieri più numerosa non è quella cinese ma quella marocchina che, seguendo il calcolo più “largo” della Fondazione Moressa, ha la titolarità di 72 mila imprese, I’ 11% del totale degli stranieri, e più delle 65 mila imprese cinesi o delle 62 mila rumene. Ma sono equilibri ùr movimento veloce. In un solo anno, tra il 2014 e il 2015, la comunità imprenditoriale pakistana è cresciuta del 13%, i nigeriani del 12,5% e i bengalesi dell’ 11 %, mentre il totale è cresciuto solo del 3,8%. Se poi ci si sgancia dalla ricerca di specifici cluster territoriali e si guarda alle specializzazioni più diffuse per nazionalità di origine, i dati di Infocamere rilevano che le imprese rumene sono principalmente edili, quelle marocchine sono di conunercio ambulante, le egiziane di ristorazione, quelle del Bangladesh di servizi alle imprese mentre le cinesi hanno una odppia specializzazione, nell’abbigliamento, dove assommano il tessile e le lavorazione di pellami per scarpe e borse e cinte, e una più recente nei bar. Quello che ancora manca all’immigrazione italiana è il salto di qualità: per ora sono imprese che restano in generale ai gradini più bassi e a minor valore aggiunto di ogni filiera in cui operano. L’obiettivo è ovviamente la California, dove si concentrano il 49% delle imprese cinesi e l’81% delle taiwanesi negli Usa. E l’80% di tutte queste lavorano nel software. Se l’Italia imbocca la via dell’industria 4.0 cresceranno anche loro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...