La carica delle startup: la ricerca vuole fare l’impresa

La carica delle startup: la ricerca vuole fare l’impresa

L’Economia – Corriere della Sera – 27 Marzo 2017

Tre a zero per il biotech italiano. I gol, contro le statistiche fino a qualche tempo fa impietose, oggi li segnano l’eccellenza della ricerca tricolore (finalmente) riconosciuta in tutto il mondo e paragonata per importanza a quella francese e tedesca; il numero di imprese in crescita dal 2000 e salite a quota 489; il fatturato in doppia cifra: quasi 10 miliardi, di cui il 25% reinvestito in ricerca. E aumenta persino il numero di incubatori (36 in totale) , hub e partnership dedicate alla sperimentazione e alle drugs, le medicine.

Francesca Gambarini

Tre a zero per il biotech italiano. I gol, contro le statistiche fino a qualche tempo fa impietose, oggi li segnano l’eccellenza della ricerca tricolore (finalmente) riconosciuta in tutto il mondo e paragonata per importanza a quella francese e tedesca; il numero di imprese in crescita dal 2000 e salite a quota 489; il fatturato in doppia cifra: quasi 10 miliardi, di cui il 25% reinvestito in ricerca. E aumenta persino il numero di incubatori (36 in totale) , hub e partnership dedicate alla sperimentazione e alle drugs, le medicine. L’ultima è l’accordo tra ZCube, società di Zambon attiva nelle piattaforme digitali per la salute, e il fondo di venture capital Innogest, per l’individuazione e lo sviluppo di startup. Il fondo lavorerà come advisor e con compiti di mentorship dalle prime fasi fino al lancio sul mercato. Giovanni Rizzo, capo della divisione Innovazione, non dubita «ZCube vuole diventare hub italiano di innovazione nel campo delle life science per supportare i nostri talenti».

Le misure contano…

È fresca anche la notizia di una raccolta fondi record completata dall’acceleratore Biovelocita che, con l’ultimo aumento di capitale da 7 milioni di euro, ha raggiunto i 14 milioni, che saranno impiegati per sviluppare i progetti già in portafoglio. Sono dedicati alle biotecnologie così dette “rosse”, cioè applicate alla salute dell’uomo, dal diabete all’oncologia (il 53% delle imprese italiane; le altre sono le bianche e le verdi e le Gpta, genomica, proteomica e tecnologie abilitanti, ndr). Ma vincere una o due partite non è garanzia di aggiudicarsi il campionato. Che cosa dunque manca (ancora) al biotech italiano? Raccontano gli ultimi dati ufficiali di Assobiotec, l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che fa parte di Federchimica, che le imprese a capitale italiano sono «solo» 24o. L’analisi per dimensione rivela poi che nel 72% dei casi si tratta di microimprese, nel 17% di piccole, nell’8% sono medie e solo il 3% grandi. Il 50% delle micro sono spinoff. Quasi il 3o% si trovano in Lombardia, regione d’eccellenza con i suoi ospedali e i suoi centri specializzati, dall’Humanitas allo leo, solo per citarne un paio. Il 78% del fatturato viene dalle imprese a capitale straniero. Qualcosa ci blocca. «Il trasferimento tecnologico è ancora un limite, manca la capacità di scaricare il nostro potenziale in imprese o in contratti di licenza con l’industria farmaceutica — attacca Pierluigi Paracchi, ceo di Genenta, startup nata al San Raffaele di Milano che ha ricevuto oltre dieci milioni di euro di finanziamento per la sua terapia genica antitumori e ha chiuso un accordo con il colosso da 110 miliardi di capitalizzazione Amgen —. Ma per fortuna ci sono sempre più scienziati che si aprono alla fase imprenditoriale e sempre più imprenditori che si volgono al mondo scientifico: questa è la chiave del successo nei casi virtuosi e credo che, se si seguirà questa strada, la finanza seguirà». Di fronte a un settore ricchissimo di prospettive, l’altra pecca è la carenza, per Paracchi «strutturale», di fondi di venture capital italiani che investono nel biotech. «Va meglio nel comparto meditech (tecnologie medicali, ndr) dove qualcosa si muove: lo capisco, è un mercato che sembra più facile da capire o penetrare». E, ancora, Paracchi stima che: «Solo il io% degli investimenti di venture capital italiano va nel biotech». Tutto da rifare dunque? No, perché in risposta a un mercato in sofferenza si è fatto strada un trend, non solo italiano, che Paracchi giudica promettente: «I grandi investitori privati e i family officer guardano agli investimenti innovativi con un interesse sempre maggiore». Come il gruppo Italian Angels for Biotech: imprenditori, manager e scienziati che dal 2o16 sono attivi nel comparto e lavorano, per esempio, anche con ZCube.

… e anche l’immagine

oltre all’impegno dei capitali di rischio, ciò che deve cambiare, secondo Paracchi, è la mentalità. «Basta pensare al ricercatore come a uno “sfigato” senza laboratorio che si finanzia coi banchetti nelle piazze — dice l’imprenditore —. Nel resto del mondo è tutto diverso: negli Usa lo hanno già capito che gli scienziati sono i milionari di domani, e il biotech è il futuro». Anche per questo sono importanti appuntamenti come il Biolnitaly Investment Forum, che Assobiotec organizza con Intesa Sanpaolo a Milano il 29 e 3o marzo, dopo uno scouting in tutta la penisola tra le più promettenti startup scientifiche. Arrivato alla decima edizione, negli anni ha esaminato oltre 13o finaliste meritevoli. Tra i casi di più successo quello di Silk Biomaterials, che sviluppa tecnologie in seta per la medicina rigenerativa, che lo scorso anno ha chiuso un round di investimento di 7 milioni con il fondo Principia Health DI, il più grande del 2016. Quest’anno sono sei le biotech regine, da tutta Italia, tra spin off e startup: Atlas Biovecblok, Algaria, BrainDTech, enGenome, Prindex, ChemlCare, Novaicos. Nomi che se adesso dicono poco, domani potranno essere le nuove gemme della ricerca, dall’immunologia alla neurologia, dall’agroalimentare alla lotta contro il Dengue.

 

 

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