Fondi Feis, Italia prima nella Ue

Fondi Feis, Italia prima nella Ue

Sole24ore – 12 Aprile 2017

Spesso si dice: «L’Italia non sa cogliere le opportunità e i finanziamenti europei». Vero. Il sistema Italia ha dato prova di carenze. Ma gli imprenditori italiani sembrano, invece, aver messo – da soli – il turbo. Secondo i dati della Commissione Ue – aggiornati a marzo 2017 – l’Italia centra un doppio primato: con operazioni approvate per 4,4 miliardi e 58 già finanziate dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis) siamo primi in classifica per capacità di attrazione delle risorse. Che sono lo strumento principale del Piano Juncker per combattere la crisi e aiutare le Pmi a risollevarsi.

Laura Cavestri

Spesso si dice: «L’Italia non sa cogliere le opportunità e i finanziamenti europei». Vero. Il sistema Italia ha dato prova di carenze. Ma gli imprenditori italiani sembrano, invece, aver messo – da soli – il turbo. Secondo i dati della Commissione Ue – aggiornati a marzo 2017 – l’Italia centra un doppio primato: con operazioni approvate per 4,4 miliardi e 58 già finanziate dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis) siamo primi in classifica per capacità di attrazione delle risorse. Che sono lo strumento principale del Piano Juncker per combattere la crisi e aiutare le Pmi a risollevarsi.

I finanziamenti

A quasi due anni dal varo, siamo davanti a Francia (4,3 miliardi e 36 progetti), Germania (3,6 miliardi di operazioni approvate e 47 progetti), Spagna (3,5 miliardi e 4o progetti), Regno Unito (3,3 miliardi e 32 progetti) e Polonia (1,8 miliardi e 32 progetti). La quota maggiore di finanziamenti è andata alle piccole e medie imprese (28%) e al sostegno agli investimenti in ricerca e sviluppo (22%). Seguono i progetti nei comparti energia (21%), digitale (12%), trasporti (8%), ambiente ed efficienza nell’uso delle risorse (5%) e infrastrutture sociali (4 per cento).

Le Pmi

Le Pmi sono un altro fattore di successo dell’Italia. Secondo Bruxelles, siamo il Paese che, con 42 accordi sottoscritti con intermediari fmanziari – soprattutto banche e fondi – per un totale di 1,3 miliardi (che dovrebbero mobilitarne altri 21 di privati), dovrebbe poter agevolare l’accesso al credito e finanziare i progetti innovativi di 2o4mila piccole imprese e start-up. In Francia gli accordi con gli intermediari sono 22 (per un totale di 98o milioni), in Germania sono, per ora, 19 (per mobilitare circa 620 milioni), in Spagna si fermano a 11 (per complessivi 352 milioni). A distanza, i 13 accordi con banche e fondi locali sottoscritti dalla Gran Bretagna per 5oo milioni e gli 8 della Polonia per meno di 50. Ma questi fondi funzionano davvero? «I fondi comunitari – spiega Niccolò Cusumano, docente di Project Management alla Sda Bocconi di Milano – si stanno progressivamente spostando da un impiego a fondo perduto e legato all’intermediazione delle istituzioni pubbliche (gli Stati, le Regioni) a bandi che finanziano direttamente il fabbisogno delle imprese. E che chiedono ai privati di sottoporre progetti, anche transnazionali. Ecco perché questi ultimi funzionano di più e perché le nostre Pmi più innovative, assieme alle banche che le sostengono, hanno saputo giocare d’anticipo». Pilastro del Piano Junker, il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis) permette alla Bei (Banca europea per gli investimenti) di concedere – in Europa – prestiti per 61 miliardi, a partire da una garanzia di 21 miliardi di euro, e di mobilitare investimenti privati per un valore stimato di 315 miliardi nei settori energetico, delle infrastrutture di trasporto e di attrezzature e tecnologie innovative per i trasporti, delle Tlc, dell’ambiente, dell’efficienza delle risorse e delle risorse naturali, dello sviluppo urbano e rurale, del turismo e in ambito sociale. «Sono due le modalità di erogazione – spiega ancora Cusumano -. Quella del bando che finanzia direttamente un progetto, un fabbisogno specifico. Oppure attraverso strumenti finanziari: la Bei fa un contratto con intermediari finanziari (banche e fondi) fornendo capitale a breve e a tasso agevolato, che poi le banche si impegnano ad erogare alle Pmi alle condizioni particolarmente convenienti precedentemente concordate». E funziona? «Il fatto che in Italia, più che all’estero, ci sia una presenza di intermediari bancari – ha aggiunto Cusumano – è legato al forte ruolo di terminale di finanziamento che da noi ha la banca. Senza considerare che ai fondi direttamente erogati dalla Bei, spesso le Pmi non riescono ad accedere per i criteri troppo stringenti, che normalmente vedono prevalere le imprese medio-grandi». In ogni caso, ha concluso Cusumano, «ciò dimostra che davanti a prestiti molto agevolati su progetti specifici di investimento nell’efficienza energetica, nelle tecnologie e nell’innovazione, il sistema Italia haprogettualitàe capacità di proporsi in maniera costruttiva».

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