L’impresa sociale cerca il rilancio

L’impresa sociale cerca il rilancio

Sole24ore – 15 Maggio 2017

Opera per lo più nell’assistenza sociale e nell’istruzione, ha in media 11 lavoratori e la maggior parte ha un capitale compreso fra 10mila e 50mila euro. È l’identikit dell’impresa sociale in Italia che emerge dalle elaborazioni di Infocamere per il Sole 24 Ore del Lunedì. Una formula, quella dell’impresa sociale, che non ha avuto in realtà un appeal particolare, da quando è stata introdotta, nel 2006 (con il Dlgs 155, in vigore dal 12 maggio di quell’anno): nei primi dieci anni di vita delle nuove regole ne sono state costituite 1.367.

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Valentina Melis

Opera per lo più nell’assistenza sociale e nell’istruzione, ha in media 11 lavoratori e la maggior parte ha un capitale compreso fra 10mila e 50mila euro. È l’identikit dell’impresa sociale in Italia che emerge dalle elaborazioni di Infocamere per il Sole 24 Ore del Lunedì. Una formula, quella dell’impresa sociale, che non ha avuto in realtà un appeal particolare, da quando è stata introdotta, nel 2006 (con il Dlgs 155, in vigore dal 12 maggio di quell’anno): nei primi dieci anni di vita delle nuove regole ne sono state costituite 1.367. Queste imprese non esauriscono la platea dei soggetti attivi nell’economia sociale. Bisogna aggiungere, infatti, 11.57o cooperative sociali e 82.231 enti non profit “market oriented” (cioé organizzazioni diverse dalle cooperative sociali che ricavano oltre la metà delle risorse economiche da scambi di mercato, come risulta da dati Iris Network e Aiccon su fonti Istat). A frenare la convenienza ad avviare un’impresa sociale in questi anni sono stati soprattutto il divieto di distribuire utili e l’assenza di agevolazioni fiscali. Significa che una Spa impresa sociale (che magari impiega personale svantaggiato) oggi ha lo stesso carico fiscale di un’impresa attiva in tutt’altro ambito. A questi problemi dovrebbe rimediare la riforma dell’impresa sociale che il Governo ha messo a punto per dare attuazione alla legge delega 1o6/2o16 sul Terzo settore: il relativo decreto è stato approvato in prima lettura venerdì dal Consiglio dei ministri e deve ottenere ora il parere delle commissioni parlamentari, prima del via libera definitivo.

La riforma in arrivo

I punti cardine di questo intervento sono la possibilità di distribuire dividendi ai soci – anche se con un tetto del 5o% degli utili e degli avanzi di gestione annuali – e robusti incentivi fiscali per i privati e per le aziende che investono nel capitale di imprese sociali nate da meno di tre anni (3o% di detrazione Irpef sulle somme investite dai privati fmo a un milione di euro all’anno e 3o% di deduzione Ires per le imprese, fmo a 1,8 milioni di euro all’anno). Inoltre, per evitare che le risorse prodotte escano dal circuito dell’impresa sociale, è prevista la detassazione degli utili e degli avanzi di gestione destinati a riserva indivisibile o all’aumento gratuito del capitale sottoscritto e versato dai soci. «La riforma prevede anche un buon allargamento dei settori di attività dell’impresa sociale – commenta Andrea Rapaccini, presidente di Mbs consulting (Management for business sustainability) -, che includono la salvaguardia dell’ambiente e l’utilizzo razionale delle risorse naturali: sarà possibile per le imprese sociali, ad esempio, gestire il ciclo idrico delle nostre città, sul modello della community interest company britannica». II sistema di incentivi formulato per l’impresa sociale ricalca quello introdotto cinque anni fa per favorire la crescita delle start up innovative. Una linea giudicata positivamente dal presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello: «Oggi le imprese sociali sono poco più di mille, ma il loro impatto per il sistema Paese è potenzialmente assai più rilevante e per questo vanno incoraggiate. L’imprenditoria sociale, infatti, produce beni relazionali ed è in grado di generare buona occupazione, perché legata allo sviluppo territoriale locale e quindi difficile da decentrare altrove».

Le dimensioni e il capitale

Oltre un terzo delle imprese sociali costituite in Italia è rappresentato da cooperative. Il 24,3% sono Srl. Appena nove soggetti hanno un capitale sociale sopra 250mila euro (sul totale di 487 tenuti a comunicarne l’entità al Registro imprese). Le società per azioni sono quattro. Tra queste c’è Microcredito per l’Italia Spa, operatore di microcredito con sede a Padova, attivo dal 2010 ma legato al consorzio Etimos, che lavora nel settore, a livello internazionale, da 25 anni. II capitale è di 3,5 milioni. «L’attività di impresa sociale in Italia -spiega il presidente Paolo Nicoletti – è cominciata dopo il terremoto in Abruzzo. Fino al 2016 sono stati erogati microcrediti per 3omilioni a oltre l.500 beneficiari, fra privati e imprese, in Abruzzo e in Emilia-Romagna». Opera, invece, nel settore dell’assistenza la Srl Welfare Milano, nata nel 2o11, con un capitale sociale di 1,9 milioni. L’impresa ha rilevato un poliambulatorio che fornisce visite e prestazioni a prezzo calmierato. «L’incentivo fiscale per i privati che investono nelle imprese sociali – spiega il presidente Riccardo Re – ci sembra un’innovazione importante. La nostra impresa potrebbe così coinvolgere alcuni medici, che diventerebbero soci».

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