Cibo, finanza, mobilità e biotecnologie Chi scommette sull’Italia delle startup

Cibo, finanza, mobilità e biotecnologie Chi scommette sull’Italia delle startup

Corriere della Sera – 31 maggio 2017

Cibo, fintech e mobilità; ma anche salute ed energia. Il mercato delle startup innovative italiane è variegato ma pesa ancora poco — sia per numero che per valore — sul totale degli investimenti effettuati in Europa da business angels e venture capitalist. Eppure alcuni indicatori sembrano dimostrare che qualcosa sta cambiando. Secondo i dati riportati da Dealroom.co, piattaforma internazionale che monitora le operazioni finanziarie europee dei settori hi-tech, il 2016 ha fatto segnare un incremento degli investimenti del 669, passando da 99,8 a 165,8 milioni in valore e da 86 a 112 in numero di startup finanziate.


Massimiliano Del Barba

Per dare un’idea, il maggiore investimento effettuato da un fondo nei primi cinque mesi dei 2017, su un totale di 35 milioni, è stato di 14 milioni e riguarda una startup finanziaria, Satispay, che ha implementato un’app per i pagamenti da mobile. Si tratta della seconda più grande operazione degli ultimi dieci anni, superata solo dai 16 milioni raccolti nel novembre 2015 da MoneyFarm. Nel frattempo in Francia, fra aprile e maggio, sono stati chiusi cinque round del valore medio di 42 milioni di euro, in Germania (solo a maggio) cinque da 174 milioni medi, in Spagna cinque da 3o milioni e in Gran Bretagna altrettanti da 178 milioni di euro l’uno. Cibo, fintech e mobilità; ma anche salute ed energia. Il mercato delle startup innovative italiane è variegato ma pesa ancora poco — sia per numero che per valore — sul totale degli investimenti effettuati in Europa da business angels e venture capitalist. Eppure alcuni indicatori sembrano dimostrare che qualcosa sta cambiando. Secondo i dati riportati da Dealroom.co, piattaforma internazionale che monitora le operazioni finanziarie europee dei settori hi-tech, il 2016 ha fatto segnare un incremento degli investimenti del 669, passando da 99,8 a 165,8 milioni in valore e da 86 a 112 in numero di startup finanziate (nell’elenco spiccano i 12 milioni a Tag, i 9 a Musement e gli 8 a Mosaicoon). Tuttavia, a frenare i facili entusiasmi ( 6699!) ci pensa Anna Gervasoni, direttore dell’Aifi, l’associazione dei fondi d’investimento italiani: «È una distorsione statistica. Il mercato — spiega — è composto ancora da pochi operatori e ciascuno non ha la forza di fare più di tre o quattro investimenti all’anno. I volumi salgono per un’evoluzione naturale dei fondi, che aumentano progressivamente la propria dotazione, nulla di più. La vera novità, invece, è che stiamo osservando una sempre maggiore specializzazione degli operatori, che da generalisti e orientati prevalentemente sull’Ict, oggi puntano su settori specifici, come ad esempio il biotech». Un trend, quello della diversificazione, che fa ben sperare, anche perché cominciano ad affacciarsi sul mercato nazionale anche soggetti stranieri, come ad esempio l’israeliana 83North (9,1 milioni lo scorso marzo insieme alla norvegese Zobito su MotorK, che si occupa di marketing per il comparto automotive), la tedesca High-Tech Gründerfonds (9,9 milioni all’inizio di maggio su Wise, biomedicale), la georgiana GC Holding (2,6 milioni su Borsa del Credito) e la statunitense Draper Associates, che lo scorso ottobre ha firmato un assegno da 2,5 milioni in favore di CoContest, piattaforma online che mette in contatto clienti e designer d’interni. Mercato in evoluzione, si diceva, anche se ancora piuttosto ripiegato su se stesso, dominato com’è da player italiani che, all’estero, fanno parecchia fatica a crescere. Va da sé, quindi, che il principale fondo nazionale di venture capital — il torinese Innogest — pur avendo investito dal2oo6 a oggi in 13o startup fra cui Sardex e Drexcode, gestendo “appena” 8o milioni di euro si fermi al i3oesimo posto in Europa seguito alla 273esima posizione da Pioi, che ne gestisce 70, da United Ventures (327esimo posto, 7o milioni e nel portafoglio realtà come MoneyFarm) e LVentures (338esimo). «È chiaro — ragiona Lorenzo Franchini, founder di Scalelt, piattaforma dedicata agli investitori internazionali — che oggi la sfida debba essere doppia: da un lato aprire le aziende italiane ai fondi stranieri e dall’altro spingere i venture capitalist italiani su mercati più dinamici come quello spagnolo, francese e tedesco». D’altronde il 66% dei capitali che vanno ad alimentare le startup italiane proviene da canali nazionali. Una situazione che Franchini definisce «anacronistica» e che fa il paio con la tendenza delle migliori aziende innovative a emigrare, dato che lascia l’Italia, secondo íl rapporto Startup Heatmap Europe 2016, i129% dei nuovi imprenditori. Come invertire la tendenza? «Concentrando gli sforzi, come del resto ha fatto nell’ultimo quinquennio la Spagna, su un ristretto gruppo di startup magari legate ai settori in cui, anche tradizionalmente, tendiamo a eccellere come il fashiontech (Yoox su tutti, ndr), il design o il traveltech, ma soprattutto strutturate, già dotate di clientela internazionale e capaci di esprimere trend di crescita a tre cifre» conclude Franchini. E i numeri sembrano dargli ragione, dato che, a livello europeo, il 7096 degli investimenti stranieri tende a collocarsi nelle fasi successive, più mature di finanziamento. Quello che gli americani chiamano later stage ma che per noi è ancora un’eccezione.

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