Le Pmi italiane e il puzzle dei big data

Le Pmi italiane e il puzzle dei big data

Formiche – 1 giugno 2017

La trasparenza nelle transazioni economiche ed una informazione accessibile e puntuale riducono le asimmetrie informative e contrastano l’illegalità.

Se c’è una peculiarità nella struttura imprenditoriale italiana è la ridotta dimensione media d’impresa. Per alcuni è alla base del modello vincente del MadeinItaly, per altri è un limite alla possibilità di competere su scala globale. Il punto non è decidere chi abbia ragione, ma capire come aiutare chi vuole crescere a farlo e, allo stesso tempo, come offrire a tutti l’accesso semplice e poco costoso a strumenti utili per fare il salto indispensabile nella dimensione 4.0, l’unica nella quale dobbiamo competere.

Una sfida resa più difficile dalla distanza culturale che separa ancora troppe PMI dagli strumenti della rete. Secondo un’indagine Unioncamere su un campione di PMI manifatturiere e dei servizi, solo una su tre era attiva sul web, mentre per quattro imprenditori su dieci “Internet non serve”.
A fronte di questi dati poco incoraggianti si contrappongono (per fortuna) fenomeni che stanno trasformando dal basso il volto dell’imprenditoria italiana, innovandola. Con l’adozione di modelli collaborativi per una crescita dimensionale condivisa (è il caso delle 17mila imprese che hanno aderito ad un contratto di rete, quasi 4mila appartenenti al comparto manifatturiero); oppure con la scommessa su un’idea di business innovativa, da portare su mercati ad elevato valore aggiunto: le famose “startup e PMI innovative” che, ad oggi, hanno superato la soglia delle 7mila unità.
La miniera dei Big Data: un tesoro (già) alla luce del sole
Una delle caratteristiche che accomuna questi nuovi modi di fare impresa è l’attenzione all’informazione: su mercati, tecnologie, prodotti, competenze e, prima di tutto, su altre imprese tra cui cercare possibili partner e fornitori. Per questi imprenditori “information is king” e i Bigi Data sono le “chiavi” di questo regno. A pesare sull’ampliamento della loro platea, tuttavia, c’è un malinteso di fondo da sconfiggere: e cioè che i Big Data non siano a misura di PMI. Mentre a trarre vantaggio da questa rivoluzione, se ne fossero più consapevoli, sarebbero proprio le imprese più piccole.
A queste, infatti, spesso servono dati ed informazioni semplici e magari già disponibili, non analisi complesse o strumenti sofisticati. Grazie a Internet oggi queste informazioni sono effettivamente e rapidamente accessibili da fonti pubbliche come i registri delle Camere di Commercio. Dalla possibilità di condurre una “ricerca anagrafica” sul portale www.registroimprese.it per verificare l’esistenza di un’impresa fino a ottenere il suo indirizzo PEC (posta elettronica certificata) dal portale www.inipec.gov.it.; oppure, con pochi euro, sfruttare l’opportunità di presentarsi nel mondo con un biglietto da visita ufficiale – come la visura della Camera di commercio – già tradotto in inglese.
“Conoscere per decidere”… e per competere
Questi strumenti di vera “democrazia economica” – perché pubblici e facilmente accessibili a tutti – sono tasselli di quel puzzle che chiamiamo Big Data, ma la buona notizia è che per usarli non bisogna avere tutta la “scatola” del gioco. La forza dei Big Data, infatti, è che ciascuno può usare solo quelli che gli servono a costruire la “mappa” del business che fa per sé. Un percorso oggi inevitabile non solo per chi accetta la sfida globale, come i protagonisti del Made in Italy, ma anche per chi ha come orizzonte più prossimo il proprio territorio. Consapevoli che nell’era dell’iper-informazione e della post-verità, la qualità e l’affidabilità dell’informazione pubblica restano i valori centrali per rendere vivo il motto einaudiano “Conoscere per decidere”.

 di Paolo Ghezzi Direttore Generale di InfoCamere

Le imprese italiane
Sono 6.051.290 le imprese iscritte ai registri delle Camere di commercio al 31 marzo di quest’anno, in pratica una ogni dieci abitanti. Di queste, il 99,9% rientrano nella definizione UE di piccole o medie imprese. In particolare, il 97,6% possono essere definite “micro” imprese (con meno di 10 addetti), l’1,7% piccole (tra 10 e 50 addetti) e lo 0,5% medie (tra 50 e 249 addetti), lasciando che solo lo 0,1% (poco meno di 5mila imprese) superi la soglia della grande dimensione. Un quadro che si conferma – anche se con qualche significativa differenza – con riferimento al solo comparto manifatturiero, il vero serbatoio del Made in Italy. Qui le micro imprese rappresentano “solo” l’83% del totale, mentre le piccole arrivano a sfiorare il 15% e le medie superano di poco il 2%.
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