Robot intelligenti come l’uomo, bisogna imparare a controllarli

Robot intelligenti come l’uomo, bisogna imparare a controllarli

Repubblica Lab – 16 gennaio 2019

Intervista a Martin Ford 

Dopo aver costruito un potentissimo super calcolatore planetario, lo scienziato immaginato dallo scrittore di fantascienza Fredric Brown in un suo racconto lo accende e gli rivolge il maggiore interrogativo dell’umanità: “Esiste Dio?”. Una fredda voce metallica risponde: “Sì, adesso esiste”. In realtà oggi l’intelligenza artificiale, pur ottenendo risultati straordinari in ambiti specifici come gli scacchi o il “Go”, ha ancora grossi limiti rispetto all’intelletto umano. Eppure sarebbe folle sottovalutare sia le promesse che i rischi di questa tecnologia. A spiegarlo è il futurologo Martin Ford, autore di Architects of intelligence (ed. Packt Publishing), raccolta di interviste a 23 dei maggiori esperti mondiali di intelligenza artificiale, da Demis Hassabis (capo di Google DeepMind) a Fei Fei Li dell’Università di Stanford, al transumanista Ray Kurzweil. Quando avremo un computer capace di ragionare come un uomo?

Giuliano Aluffi

Dopo aver costruito un potentissimo super calcolatore planetario, lo scienziato immaginato dallo scrittore di fantascienza Fredric Brown in un suo racconto lo accende e gli rivolge il maggiore interrogativo dell’umanità: “Esiste Dio?”. Una fredda voce metallica risponde: “Sì, adesso esiste”. In realtà oggi l’intelligenza artificiale, pur ottenendo risultati straordinari in ambiti specifici come gli scacchi o il “Go”, ha ancora grossi limiti rispetto all’intelletto umano. Eppure sarebbe folle sottovalutare sia le promesse che i rischi di questa tecnologia. A spiegarlo è il futurologo Martin Ford, autore di Architects of intelligence (ed. Packt Publishing), raccolta di interviste a 23 dei maggiori esperti mondiali di intelligenza artificiale, da Demis Hassabis (capo di Google DeepMind) a Fei Fei Li dell’Università di Stanford, al transumanista Ray Kurzweil. Quando avremo un computer capace di ragionare come un uomo? «Gli esperti sono sicuri che prima o poi svilupperemo una intelligenza artificiale generale (Agi), ragionatrice e creativa come e più di noi. E sarà la nostra ultima invenzione, perché a quelle successive potrà pensarci lei. Ma c’è notevole discordia sulla possibile data. Potrebbe accadere già nel 2029 secondo Ray Kurzweil. Oppure tra 180 anni secondo Rodney Brooks (docente emerito del Mit e padre del “Roomba”).Ma l’intelligenza artificiale può esserci preziosa anche senza saperci intrattenere in un dialogo: ad esempio il team di DeepMind la sta applicando al ripiegamento di proteine per studiare nuovi farmaci». Che cosa manca, oggi? «Oggi i più avanzati algoritmi di deep learning riescono nelle traduzioni e nel riconoscimento vocale, ma non vanno oltre la superficie della comunicazione: non sono in grado di capire le intenzioni di chi parla. Per Barbara Grosz, docente di Harvard le cui ricerche sull’elaborazione del dialogo hanno fatto il successo di Siri e Alen, il problema è che se io dico “la stampante ha finito la carta”, un uomo capisce subito che lo sto invitando a rifornire la stampante, mentre un’intelligenza artificiale non coglie il messaggio implicito. Un altro grosso limite è che gli algoritmi di deep learning hanno bisogno di molti esempi: perché riconoscano una giraffa, devo mostrargli prima immagini, etichettate, di migliaia di giraffe. Un bambino è più sveglio: se vede il disegno di una giraffa è già in grado di riconoscerle tutte. Noi sappiamo imparare partendo da pochi esempi e generalizzando. Il computer non ci riesce ancora». Però AlphaGo ha battuto il campione umano di un gioco complicato come Go. «In ambiti specializzati come i giochi, i computer possono essere imbattibili. Ma laddove bisogna affrontare tutta la complessità del mondo – la guida d’auto – gli algoritmi ancora non riescono a superarci e forse non ci riusciranno per un po’. È il paradosso dell’intelligenza artificiale: quello che è semplice per noi – come rispondere alla domanda “Un elefante può entrare da una porta”? – per le macchine è arduo, e quello che per noi è complesso per le macchine è semplice. Ad esempio se lei rivolge una domanda a “Talk to Books” di Google, quel sistema leggerà 100.000 libri in mezzo secondo per fornirle le risposte migliori tra oltre 600 milioni di frasi». Dove si vede la differenza tra l’uomo e la macchina intelligente? «Nel trasferimento di conoscenze da un dominio con cui si ha dimestichezza a un altro del tutto nuovo. Quando una persona affronta un nuovo lavoro, non parte da zero: è capace di sfruttare la conoscenza di aspetti simili di lavori che già conosce e di applicarla per quanto è possibile ai nuovi compiti. Per il computer questa capacità è ancora poco sviluppata». Ma le menti artificiali progrediscono. E quando ci supereranno, che succederà? «Anche se ci vorranno, poniamo, 30 0 50 anni per arrivare a un’intelligenza superiore a quella umana, potrebbe volerci ancora più tempo per capire come mantenerne il controllo senza esserne sopraffatti. È per questo che studiosi come Nick Bostrom suggeriscono di iniziare la discussione sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Per non farci trovare impreparati». Quali sono i rischi da valutare? «Per la quasi totalità degli esperti, le armi autonome – per esempio i droni capaci di decidere da soli se colpire un essere umano – sono una seria minaccia per l’umanità, come le armi chimiche o batteriologiche. Il problema principale è la grande scalabilità offerta dalle macchine autonome. Se hai dei normali droni, e vuoi usarne 1000 per un attacco di massa, ti servono 1000 piloti. Ma con i droni autonomi questo vincolo salta: per lanciarne un esercito basta la volontà di una persona. Un rischio meno concreto e molto più lontano nel futuro è quello di un’intelligenza artificiale auto consapevole e ostile all’umanità». Allora a cosa si dovrà fare più attenzione, quando avremo una macchina più intelligente di noi? «All’allineamento tra i suoi obiettivi e il benessere dell’umanità. Se questo allineamento è carente, le super intelligenze del futuro potrebbero considerarci un intralcio, e a quel punto troveremmo difficile contrastare piani che per noi sarebbero incomprensibili come lo sono i nostri per uno scimpanzé».

 

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